Alcuni paesaggi non si lasciano solo raccontare: finiscono per raccontare anche te. Occorre, però, fermarsi. Lasciar andare il respiro un po’ più lento, mentre la luce si fa strada tra i fianchi della montagna e il vento spettina le spighe di grano. Il Gargano ti prende così, all’improvviso, con la forza silenziosa delle cose veraci.
La strada sale tra vallate incise dal tempo, pacifiche mandrie podoliche e greggi di pecore che sembrano seguire il ritmo antico della transumanza. La terra si distende come un corpo vivo: fitta di querce, di faggi, di cerrete che respirano insieme al viaggiatore.
In questo scenario, dove ogni dettaglio sembra dipinto da un realismo lirico, tornano alla mente i paesaggi pugliesi di Giuseppe De Nittis, con i cieli impastati di luce o quelli rurali di Giovanni Fattori, così essenziali e potenti da sembrare preghiere. Qui è una pittura che non è su tela, ma nei solchi della terra e negli occhi di chi la attraversa.
Nel cuore di questo paesaggio, tra Monte Sant’Angelo, San Marco in Lamis, San Giovanni Rotondo e Stignano, si è svolta l’edizione 2025 di Grani Futuri, l’evento internazionale del pane. A rendere speciale questa edizione è stata la chiave di lettura proposta da tre percorsi esperienziali: non semplici camminate, ma narrazioni in movimento. Ogni passo, ogni incontro, ogni assaggio ha raccontato un pezzo di terra, di storia, di speranza.
Perché qui il pane non è solo cibo: è voce della terra, è gesto di memoria, è fede che si impasta con la farina. Qui, dove tutto parla il linguaggio del grano, ogni sentiero è una storia che lievita.





LINGUA MADRE
Il paesaggio garganico ha un modo tutto suo di parlare: non lo fa con le parole, ma con la materia. La montagna racconta con le sue creste e le sue ombre, i campi con il fruscio delle spighe, il cielo con quella luce liquida che si versa sulle cose e le accende. È una lingua antica, fatta di stagioni e di gesti che si tramandano. Una lingua che si riconosce solo con i sensi ben svegli: l’olfatto, prima di tutto — che qui sa distinguere l’odore del grano maturo da quello della terra arata, e poi il tatto, quando la farina scivola tra le dita come neve d’estate.
Ogni elemento del paesaggio sembra esistere per ricordare che tutto parte dalla terra. Le mandrie al pascolo, le pecore lungo i tratturi, i cavalli che attraversano l’altopiano— è tutto parte di un’unica narrazione. E il pane, in questa narrazione, è lingua madre. Parla di radici, di mani, di pazienza. Parla di noi.
Scrive il paesologo Franco Arminio, che da anni racconta l’Italia interna e il valore delle piccole comunità: «Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, gente che sa fare il pane».
In quelle parole c’è un manifesto non solo del cibo, ma della vita. Fare il pane — e prima ancora seminare, mietere, macinare — è un atto di resistenza contro la disattenzione del mondo. Significa rallentare, ascoltare, prendersi cura. Significa scegliere la fatica della trasformazione, dell’attesa, della fermentazione lenta. In un tempo che tutto vuole subito, il pane ci insegna che il nutrimento ha bisogno di tempo. Che la bellezza è nei gesti che si ripetono, come un rito. Che l’umiltà è fertile.
E poi c’è il profumo. Il profumo del pane appena sfornato in un forno di paese, che non si dimentica mai. Ti segue, ti entra nella memoria, ti consola. È il profumo dell’infanzia, della casa, del ritorno. In queste terre, dove le pietre hanno visto passare pellegrini e santi, il pane è insieme simbolo e sostanza. È fede che si fa farina, è terra che si fa corpo.
È preghiera che si recita attraverso il lavoro delle mani. È cibo che diventa relazione. È atto collettivo. Si semina insieme, si raccoglie insieme, si spezza insieme. La sua forza non sta solo nel nutrire, ma nel mettere in comune. Nell’unire. Pane come alleanza, come linguaggio condiviso, come speranza — proprio come il tema di quest’anno di Grani Futuri: Il Pane della Speranza. Una speranza che non è astratta, ma concreta: fatta di semi messi in terra, di mani impastate di farina, di forni accesi in paesi che rischiavano di spegnersi. Tutto questo lo abbiamo percepito, visto, toccato, seguendo i percorsi disegnati e proposti dall’instancabile Michele Bruno, medico prestato, da oltre trent’anni, alla valorizzazione dei territori pugliesi e delle loro identità gastronomiche. Organizzatore di eventi in cui si intrecciano saperi, sapori e racconti, profondo conoscitore degli artigiani del gusto e presidente di Puglia Expò, Michele Bruno è un tessitore di relazioni, un narratore di luoghi e di persone.
Ogni strada percorsa — da San Marco in Lamis a Monte Sant’Angelo, da Stignano alla piana di San Severo — è stata anche un tratto di Via Francigena, Via Sacra Longobardorum, Tratturo Regio. Percorsi secolari che univano santuari e greggi, eremi e granai, anime e corpi. In fondo, fare il pane è questo: unire ciò che sembra separato — farina e acqua, solitudine e comunità, passato e futuro. E poi affidarsi al fuoco, perché completi la trasformazione. È un rito che ricorda chi siamo. E chi possiamo ancora diventare.
DOVE IL PANE INCONTRA LA PREGHIERA
Il primo dei tre percorsi parte proprio dal punto in cui il cammino diventa meditazione. Dal Convento di San Matteo a San Marco in Lamis al Santuario di San Michele a Monte Sant’Angelo, lungo la Via Sacra Longobardorum, il passo si fa lento, il respiro più ampio, lo sguardo più profondo.
È un pellegrinaggio. Ma non necessariamente religioso: è laico e intimo, fatto di piccoli stupori. Di alberi che parlano con le foglie, di luci che si posano come preghiere sulle rocce. Di storie che affiorano tra gli affreschi medievali, nella sua biblioteca che custodisce oltre 60.000 volumi, nei resti delle antiche abbazie, nei nomi che evocano tempi remoti: Borgo Celano, Fajarama, la Cerreta. Anche la natura qui è spirituale. Il bosco fiorisce di orchidee selvatiche, i picchi tambureggiano sulle cortecce, e il vento trasporta con sé il suono dei passi di chi ha camminato prima di noi.
La sosta al Pastificio Casa Prencipe, lungo il tragitto, è una di quelle fermate che riconciliano con il senso delle cose. Una storia di rinascita: terre abbandonate, recuperate e rese di nuovo fertili grazie alla caparbietà di chi ha scelto il baratto come forma di alleanza. In cambio del raccolto, ai proprietari lontani viene restituita pasta. Pasta che nasce dal grano coltivato con mani pulite, che profuma di giustizia e futuro. E che oggi vanta il titolo di miglior pasta biologica d’Italia, raggiungendo le tavole e le cucine (anche stellate) di mezzo mondo.
Il percorso conduce a Monte Sant’Angelo, dove la Grotta di San Michele accoglie con la sua aura misteriosa. Scendere è un gesto interiore. Ottantasei gradini scolpiti nella pietra conducono nel cuore della montagna, nel grembo del Gargano. Ogni passo è un invito al silenzio. All’interno, la roccia si fa cattedrale. Il suono cambia, l’aria si fa densa, carica di memoria e preghiera. Secondo la tradizione, l’Arcangelo Michele apparve qui per la prima volta nel 490 d.C., trasformando questa grotta naturale nel primo santuario a lui dedicato in Europa. È un luogo sacro da oltre millecinquecento anni, dal 2011 è Patrimonio dell’Umanità UNESCO, parte del sito seriale “I Longobardi in Italia: i luoghi del potere”. Qui si sono fermati papi, re, santi. Anche San Francesco, che, si racconta, si fermò all’ingresso della grotta, troppo umile per entrarvi.
Più che un santuario da visitare, è un luogo da abitare, anche solo per pochi minuti, nel silenzio assoluto. Qui la spiritualità si fa roccia, eco, respiro. E forse è proprio dopo aver toccato questa soglia invisibile tra il terreno e il celeste, che il pane — umile e sacro — assume un significato ancora più profondo.
Basta una breve passeggiata nel borgo storico per arrivare al Forno Moretti, dove la storia del luogo si impasta con la farina e prende forma in una pagnotta antica: il Pane di Monte Sant’Angelo, fatto con grano tenero, grande come una ruota di carro, pensato per durare otto, dieci giorni. Per accompagnare i pastori nei campi, i pellegrini sulla via. Anche qui, il pane è più di un alimento: è compagno di viaggio.
In questa prima giornata, il pane ha parlato la lingua della fede. Ha mostrato la sua anima spirituale, la sua capacità di tenere insieme il cielo e la terra, la fame e la gratitudine. Il pane della speranza, sì. Ma anche il pane della memoria.



LA VIA FUTURA DEL PANE
Il secondo giorno si apre con una promessa: camminare verso il futuro, partendo dalle radici. E il futuro, qui, ha l’odore intenso dei campi maturi e il colore oro delle spighe piegate dal vento. Il paesaggio è quello aperto e solenne del Tavoliere delle Puglie, dove la terra si stende ampia e generosa, e ogni cosa sembra essere al suo posto: il sole alto, le stoppie che scricchiolano sotto i piedi, i muretti a secco che disegnano confini invisibili. Un paesaggio agricolo, ma anche poetico. Un luogo dove il grano non è solo coltura, ma cultura.
Siamo alla Zilletta di Brancia, azienda agricola biologica guidata da Leonardo Petruccelli. Giovane, preparato, innamorato della sua terra. Il suo sguardo ha la forza tranquilla di chi sa che coltivare è un verbo lento. E che custodire significa restituire. Nei suoi campi prendono vita varietà di grani antichi — la Risciola, la Bianchetta, il Frassineto, la Saragolla — e persino una segale dal nome affascinante: Yurmano, germanica per origine e adattata, secoli fa, ai suoli del Sud dopo la caduta dell’Impero Romano. Aromatica, profumata, come le storie che la circondano.
Qui il grano non si ferma alla raccolta. Viene molito nel mulino a pietra aziendale, seguendo un processo che restituisce dignità al chicco e sapore alla farina. “Sono farine vive”, ci dice Petruccelli, e il termine colpisce. Vive perché nutrono, perché profumano, perché hanno memoria. Vive come questa terra, che un tempo pareva perduta, e che oggi — grazie a scelte coraggiose — è tornata fertile.
Qui il pane nasce dal tempo e dalla fiducia.
Nel cuore di questa giornata si svolge un momento che ha la forza del rito collettivo: la posa della prima pietra della Via del Pane. Altamura, Guagnano, Laterza, Andria, Mesagne, Monte Sant’Angelo si uniscono in un patto simbolico. I sindaci parlano di identità, di comunità, di progetti condivisi. Ma soprattutto parlano di pane. Di pani diversi — per forma, gusto, rito — che raccontano territori diversi, ma uniti dal desiderio comune di custodire la propria anima agricola e artigiana. Si celebra anche un gesto semplice e bellissimo: il pancotto, cucinato con i pani delle cinque città. Un piatto umile, eppure così potente da diventare manifesto. Il sogno è chiaro: creare una vera e propria Via del Pane, che attraversi la Puglia e magari l’Italia, unendo contadini, fornai, viaggiatori, insegnanti, bambini. Perché il pane, in fondo, è già una via: ha una direzione, una meta, una partenza. E ogni volta che lo si fa, che lo si spezza, che lo si offre, che lo si mangia, qualcosa di “magico” accade sempre.
In questa seconda tappa, il pane ha parlato di saperi antichi e visioni nuove, di filiere corte e pensieri lunghi. Di come si costruisce futuro: con la farina, ma anche con amore e visione.
ORO IN TAVOLA, ORO IN PETTO
Il terzo giorno di cammino, nuovamente a San Marco in Lamis, prende forma un percorso sorprendente, dove il pane si intreccia con un altro gesto antico: quello dell’arte orafa. Due mondi solo in apparenza distanti, ma che in realtà condividono molto: il lavoro delle mani, la precisione, la pazienza, il legame con il tempo. E soprattutto la bellezza. Impastare il pane e cesellare l’oro sono due modi di raccontare il sacro.
San Marco in Lamis custodisce una tradizione orafa antichissima, ancora viva nelle botteghe del centro storico. Famiglie che da generazioni tramandano il mestiere e lo rinnovano. Lì dove le donne un tempo ricevevano in dote la sustma, la collana d’oro portata dalle spose — diversa per grandezza, forma e valore secondo la condizione sociale — oggi si rinnova il significato di ornamento: non solo decoro, ma memoria visibile. C’erano le cozzule, le collane a ventaglio, a propigneti (acini di pepe), i pendenti a mezzaluna con ninnoli scaramantici: ogni elemento aveva un senso, una funzione simbolica, un potere protettivo.
Il pane, in questa narrazione, è come l’oro: prezioso, essenziale, vitale. E proprio per questo da custodire, da rispettare. “Il pane è un bene prezioso – ci viene ricordato durante il percorso – e deve essere anche un bene da salvaguardare.” Come un monile antico, come un oggetto di famiglia. È la stessa idea di bellezza che emerge: una bellezza che nutre, che protegge, che attraversa il tempo.
Il cammino si snoda tra forni e botteghe, tra il calore della brace e il luccichio dei metalli, in un racconto che unisce cultura materiale e spiritualità. E ci si accorge che non c’è confine tra arte orafa e arte bianca: entrambe richiedono cura, attenzione, dedizione. Entrambe nascono dalla relazione con la comunità.
In questa terza giornata, il pane si è fatto simbolo. Ha indossato i segni del rito, del dono, dell’identità. Si è seduto accanto alla storia e ha sussurrato, ancora una volta, che nutrire è anche un atto d’amore.
IL SOGNO CHE LIEVITA
Ogni grande impasto nasce da una visione. Quella di Antonio Cera, fornaio ed economista, è una visione che affonda le radici nella sua terra — tra le colline di San Marco in Lamis, nel forno di famiglia, tra le mani delle zie, che ora non ci sono più — e che nel tempo è cresciuta fino a trasformarsi in un movimento culturale.
È da lì che nasce Grani Futuri, progetto avviato nel 2017 con l’ambizione di restituire al pane la sua centralità: non solo cibo, ma simbolo, strumento di pensiero, atto politico e poetico. Il pane diventa così il filo che cuce insieme produttori e studiosi, chef e narratori, contadini e camminatori. Una trama di esperienze e visioni che lievita nel tempo e nello spazio.
Il tema dell’edizione 2025 — Il Pane della Speranza — è più che mai necessario. In un mondo che si sfibra tra crisi e disincanto, il pane torna ad essere grembo e ponte: grembo di senso, ponte tra gesti e comunità. La speranza qui non è un concetto astratto, ma qualcosa che si impasta con l’acqua e con il sale, che nasce dal lavoro e fiorisce nella relazione.
Nel piccolo borgo di Stignano, ai piedi del convento, il festival ha preso forma come un mosaico, nel quale ogni appuntamento è stato un tassello di una narrazione più grande, costruita con rigore e bellezza. Nei laboratori, le mani hanno parlato. Nelle tavole rotonde, il pane è stato pensato, discusso, raccontato. Nei salotti curati da Lucia Tancredi, ha preso vita anche come simbolo narrativo, come mito da attraversare.
E poi le cene “Cum Grano Salis”, veri e propri racconti sensoriali. Da Diego Rossi (Trippa Trattoria – Milano), Rosario Di Donna (U’Vulesce – Cerignola) Tiziano Mita e Felice Campanale (Borgo Egnazia – Savelletri) che hanno celebrato l’essenza schietta della materia, a Errico Recanati (Andreina – Loreto) e Domenico Cilenti Porta di Basso – Peschici), stellati che hanno portato la terra in tavola come preghiera laica, fino alla delicatezza dell’accoglienza firmata Luigi Nardella, Giovanni Ingletti e Nicola Di Lena: tre atti di cucina, tre interpretazioni del pane come gesto d’amore.
A chiudere le serate, i drink poetici del gustosofo Michele De Carlo, accompagnati dalla voce esperta di Enzo Scivetti tra distillati e sigari. Perché anche il gusto ha bisogno di epiloghi lenti, di ritualità che restano.
Grani Futuri non è un evento: è un sogno che lievita nel tempo, una scuola di pensiero agricolo e spirituale. E il pane, ancora una volta, è la metafora più sincera di ciò che unisce: la bellezza del fare, la forza della comunità, il coraggio del futuro.



LIEVITO MADRE
Alla fine, ciò che rimane di questa esperienza non è un sapore, un assaggio, un dettaglio. È una trasformazione silenziosa. Come quella che avviene dentro un impasto: invisibile agli occhi, ma capace di cambiare tutto. Dopo aver camminato tra i santuari e i forni, tra le spighe e i racconti, tra la fede e il gusto, si capisce che questo territorio non chiede di essere visitato, ma attraversato con lentezza, ascoltato con il cuore, custodito con gratitudine.
Il Gargano non si offre, si rivela. A chi ha il passo lento, il cuore aperto, la fame giusta.
Grani Futuri non è solo un progetto. È un lievito madre. Un principio vivo, che fermenta dentro chi l’ha incontrato. Che nutre il pensiero, che scalda la memoria, che spinge a tornare. Perché non c’è viaggio più vero di quello che ti invita a restare. A mettere radici. A riconoscere nel pane — semplice, umile, universale — la forma più alta della speranza.
