Tra cantine ipogee, Bombino bianco e paesaggi del Gargano, la Capitanata prova a costruire una nuova identità enoturistica attorno allo Spumante Metodo Classico.
Scendere nelle cantine ipogee di San Severo significa entrare in una geografia parallela della città.
Sotto il livello delle strade, oltre il traffico e la luce del Tavoliere, si apre un labirinto di ambienti scavati nella pietra, corridoi silenziosi, volte sotterranee e antichi spazi di lavoro dove oggi maturano migliaia di bottiglie di Spumante Metodo Classico. È qui, in questo patrimonio ipogeo ancora poco conosciuto al grande pubblico, che la Capitanata sta provando a costruire una delle sue prospettive più interessanti.
La seconda edizione del Festival degli Spumanti di Capitanata, andata in scena a San Severo dal 21 al 23 maggio scorsi, ha rappresentato molto più di un appuntamento dedicato alle bollicine. Piuttosto, è sembrata la manifestazione concreta di un’idea più ampia: utilizzare il Metodo Classico come strumento per raccontare un territorio e immaginare nuove prospettive di sviluppo legate all’enoturismo.
Alla base di questo percorso c’è il lavoro pionieristico di d’Araprì che nel 1979 fu la prima cantina pugliese a produrre Metodo Classico. Una scelta controcorrente per l’epoca, nata a San Severo attorno all’intuizione di tre amici – Girolamo d’Amico, Ulrico Priore e Louis Rapini – che individuarono nel Bombino bianco un vitigno capace di sostenere una spumantizzazione identitaria, profondamente legata al territorio. Oggi, a portare avanti quella storia, è la seconda generazione della cantina, con un figlio per ciascuno dei fondatori impegnato nella prosecuzione del progetto.






Bombino bianco e identità produttiva
È proprio il Bombino bianco, del resto, uno degli elementi chiave della specificità spumantistica della Capitanata. Vitigno storico dell’agro di San Severo, qui trova condizioni pedoclimatiche favorevoli che nel tempo ne hanno consolidato la presenza e il ruolo all’interno della tradizione vitivinicola locale. La sua naturale acidità contribuisce a conferire agli spumanti freschezza, tensione e particolare vocazione gastronomica.
Nel corso delle tre giornate è stato possibile degustare le diverse interpretazioni del Metodo Classico prodotte dalle cantine dell’associazione, accomunate da una marcata freschezza e da una forte attitudine all’abbinamento gastronomico, che sembra rappresentare uno dei tratti più riconoscibili delle bollicine di Capitanata.
Accanto al ruolo centrale del Bombino bianco, alcune aziende lavorano anche su altri vitigni, come Nero di Troia e Falanghina, costruendo identità stilistiche differenti. Differente è anche l’approccio al tempo dell’affinamento: c’è chi sceglie soste molto lunghe sui lieviti e chi invece ricerca maggiore immediatezza espressiva, contribuendo a delineare un panorama produttivo tutt’altro che uniforme.






Dalla produzione al racconto territoriale
Negli anni, attorno a quell’esperienza pionieristica, sono nate altre realtà produttive che oggi condividono un progetto comune attraverso l’Associazione Capitanata Spumante Metodo Classico: Almagaia, Alberto Longo, Saracino, Re Dauno, 7 Campanili, Teanum, Borgo Turrito e la stessa d’Araprì.
L’aspetto interessante è che il progetto dell’associazione non nasce soltanto attorno alla promozione di un prodotto. L’obiettivo dichiarato è più ampio: costruire un movimento culturale capace di valorizzare la Capitanata attraverso il Metodo Classico, sostenendo al tempo stesso qualità produttiva, identità locale e accoglienza. L’obiettivo condiviso dai produttori è dare dignità e riconoscibilità ad un Metodo Classico mediterraneo, luminoso, sapido, profondamente gastronomico: «Un Metodo Classico che non imita nessuno ma che racconta chi siamo», ha sintetizzato il presidente dell’associazione Girolamo d’Amico durante il Festival.
Il punto, oggi, non è soltanto la qualità degli spumanti prodotti in Capitanata — elemento ormai riconosciuto dagli operatori del settore — ma la possibilità di trasformare questa esperienza produttiva in una proposta territoriale più ampia e strutturata.






Il ruolo degli ipogei e la prospettiva enoturistica
Da questo punto di vista, le cantine ipogee di San Severo rappresentano probabilmente uno degli elementi più affascinanti e distintivi dell’intero progetto. Sotto la città si snoda infatti un sistema di oltre cinquecento ambienti sotterranei legati storicamente alla produzione vinicola, autentico patrimonio di archeologia enologica che ancora oggi conserva una funzione produttiva concreta. Non semplici luoghi scenografici, dunque, ma spazi vivi, utilizzati per l’affinamento dello Spumante Metodo Classico grazie alle condizioni naturali di temperatura e umidità.
Ed è proprio attorno a questo patrimonio materiale e culturale che potrebbe svilupparsi uno degli assi più interessanti dell’enoturismo di Capitanata: un itinerario capace di mettere in rete cantine, masserie, paesaggio rurale, gastronomia e luoghi identitari della provincia di Foggia.






Il tema è emerso chiaramente anche durante il convegno “Il Metodo Classico in Capitanata: stato dell’arte e prospettive”, organizzato all’interno del Festival. Nel corso dell’incontro si è parlato della necessità di costruire percorsi turistici strutturati legati alle bollicine, coinvolgendo università, istituzioni, ricerca e operatori del territorio.
Si è parlato molto anche di governance territoriale e della necessità di costruire una strategia condivisa. Un tema emerso chiaramente nel convegno, dove Dario Stefano – già assessore regionale all’Agricoltura e autore, da senatore, della legge nazionale su enoturismo ed oleoturismo e oggi tornato all’attività accademica come docente di Management e Marketing del Turismo presso la LUMSA University di Roma e di Enoturismo alla Business School della LUISS – ha sottolineato come il territorio possieda gli elementi necessari per sviluppare una prospettiva enoturistica strutturata, a condizione però che questi elementi riescano a essere messi realmente in rete.
Sul piano della costruzione identitaria e della comunicazione digitale si è soffermata invece Susana Alonso, esperta di comunicazione digitale (Digital Wine Marketing Academy), evidenziando quanto oggi sia fondamentale costruire strategie coerenti e riconoscibili per valorizzare vino e territorio nell’ecosistema della ricerca online. Accanto a questo, la professoressa Laura de Palma dell’Università di Foggia ha richiamato l’attenzione sul tema della sostenibilità viticola negli anni della crisi climatica, sottolineando la necessità di modelli produttivi capaci di preservare risorse e paesaggio nel lungo periodo.
A credere nelle potenzialità del progetto è anche la Regione Puglia. Durante il convegno, l’assessore regionale all’Agricoltura Francesco Paolicelli ha sottolineato l’importanza di lavorare anche sul piano della regolamentazione, attraverso l’inserimento dello Spumante Metodo Classico nei disciplinari DOP e IGP.
La Capitanata come itinerario
Del resto, la Capitanata possiede caratteristiche geografiche e culturali particolarmente favorevoli a una proposta di turismo lento ed esperienziale. In pochi chilometri si passa dal Tavoliere ai Monti Dauni, fino al Gargano e alla costa adriatica. Un territorio che alterna paesaggi agricoli, borghi collinari, foreste, spiritualità, archeologia e mare.
Se si prova a immaginare un possibile itinerario legato al Metodo Classico, le connessioni con il resto della Capitanata appaiono naturali: da San Severo e dalle altre cantine del Metodo Classico della Capitanata, tra vigneti di Bombino bianco, masserie e cantine sotterranee, è possibile raggiungere il Gargano con la Foresta Umbra e i centri costieri di Vieste e Peschici, oppure dirigersi verso i Monti Dauni, area ancora lontana dai grandi flussi turistici, dove piccoli centri come Bovino, Troia e Sant’Agata di Puglia custodiscono un patrimonio storico e paesaggistico di grande interesse. Allo stesso modo, il territorio conserva luoghi fortemente identitari come Monte Sant’Angelo, città dei due siti UNESCO della Capitanata: il Santuario di San Michele Arcangelo, storica meta di pellegrinaggio europeo, e le antiche faggete della Foresta Umbra. A questi si aggiunge il Parco Archeologico di Siponto, dove l’installazione permanente di Edoardo Tresoldi ricostruisce in rete metallica il profilo dell’antica basilica paleocristiana, mentre città come Lucera e il sito archeologico di Castel Fiorentino restituiscono ancora oggi tracce profonde della presenza di Federico II in Capitanata.
“Miseria e Nobiltà”: il Metodo Classico incontra la cucina del territorio
Tra i momenti più interessanti del Festival degli Spumanti di Capitanata c’è stato anche il laboratorio gastronomico “Miseria e Nobiltà”, organizzato da Puglia Expò negli spazi delle Cantine d’Araprì. Il laboratorio, condotto da Michele Bruno, presidente di Puglia Expò, e dal critico gastronomico Francesco Zompì, ha avuto il merito di affrontare il Metodo Classico da una prospettiva meno rituale e più quotidiana, provando a sottrarre lo spumante a quell’immaginario ancora legato esclusivamente alle grandi occasioni o a una gastronomia percepita come “importante”.


L’esperimento — perfettamente riuscito — è stato quello di mettere in dialogo le bollicine di Capitanata con una cucina profondamente territoriale, costruita attorno a ingredienti e preparazioni della tradizione contadina.
Lo chef del territorio Massimo Andrea Di Maggio (Tenuta Chianchito) ha proposto un percorso con focaccia di grano Senatore Cappelli, orecchiette con favetta e cacio ricotta di capra garganica, pancotto e persino un “sushi garganico” reinterpretato con prodotti locali, dimostrando quanto il Metodo Classico possa esprimere una forte vocazione gastronomica anche lontano dagli abbinamenti più prevedibili. Il senso dell’iniziativa era chiaro: raccontare una Capitanata capace di tenere insieme radici popolari e visione contemporanea, cucina rurale e ricerca, semplicità e costruzione culturale del gusto.


In fondo è anche questa una delle caratteristiche più interessanti del progetto portato avanti dalle cantine dell’associazione: l’idea che lo Spumante Metodo Classico non debba necessariamente essere consumato dentro rituali elitari, ma possa dialogare con il patrimonio alimentare reale del territorio, con il pane, gli ortaggi, l’olio, i legumi, le preparazioni agricole e marinare che attraversano storicamente la cucina della provincia di Foggia. Ed è probabilmente proprio qui che il Metodo Classico di Capitanata trova la sua cifra più riconoscibile: non nell’imitazione di modelli esterni, ma nella capacità di esprimere una mediterraneità gastronomica precisa, luminosa, salina, profondamente legata ai luoghi da cui nasce.
Forse il punto più interessante, oggi, è proprio questo: il Metodo Classico di Capitanata non sembra voler costruire soltanto un mercato, ma una narrazione territoriale coerente. Una narrazione che parte dal vino ma attraversa paesaggio, storia, architettura sotterranea, cucina e ospitalità.
Accoglienza, masserie e cultura dell’ospitalità
Le stesse cantine che abbiamo avuto il piacere di visitare durante il press tour, raccontano storie differenti, vitigni differenti, periodi di affinamento diversi, ma tutto appare sorprendentemente complementare. Alcune stanno investendo nell’accoglienza e nell’enoturismo rurale, come Alberto Longo con la Masseria Celentano; altre, come d’Araprì, lavorano da tempo sull’esperienza di visita nelle storiche cantine ipogee di San Severo, autentico patrimonio sotterraneo della città. Accanto all’esperienza storica di realtà come d’Araprì, emerge anche una nuova generazione di produttori — preparata, consapevole e profondamente legata al territorio — rappresentata da figure come Luca Saracino. In comune sembrano avere un approccio fatto di concretezza, forte radicamento territoriale e desiderio di collaborazione. Elementi non sempre scontati nel mondo del vino.
Questa idea di ospitalità è emersa anche durante una delle serate del Festival, ospitata nella Masseria Celentano di Alberto Longo. Tra banchi d’assaggio dedicati al Metodo Classico e prodotti provenienti da diverse aree della Capitanata — dai formaggi di Castel Fiorentino ai salumi dell’entroterra dei Monti Dauni, fino agli oli extravergine da Peranzana e ai lievitati e alla carne del territorio — la sensazione era quella di un racconto gastronomico profondamente coerente con il paesaggio circostante.


La sfida della destinazione
Naturalmente sarebbe prematuro parlare di destinazione già compiuta. Ma alcuni elementi appaiono già evidenti: una produzione riconoscibile, un vitigno fortemente identitario come il Bombino bianco, un patrimonio architettonico unico rappresentato dagli ipogei, paesaggi molto diversi tra loro raggiungibili in distanze relativamente brevi, e soprattutto produttori che sembrano aver compreso quanto oggi il vino, da solo, non basti più.
Servono esperienze credibili, relazioni autentiche con i luoghi e una visione condivisa del territorio.
E forse è proprio qui che la Capitanata può giocare la sua partita più interessante: nella capacità di proporre un’idea di enoturismo costruita sull’esperienza diretta di un territorio complesso, agricolo, stratificato, capace di sorprendere.

