Reportage tra la Piana di Sibari, i centri storici di Corigliano-Rossano, il mare e le alture: il Clementina Festival come punto di partenza per un itinerario tra prodotti, storie e biodiversità.
Se la Sibaritide fosse una tavolozza, avrebbe l’azzurro dello Ionio e il verde dei boschi che risalgono verso la montagna. Nei centri storici, la pietra aggiungerebbe toni caldi, tra il rosso e l’ocra; nella Piana di Sibari, a dominare sarebbe invece l’arancione degli agrumi. Arance, limoni, mandarini e, sopra tutti, la clementina: profumata, succosa, dolce, quasi priva di semi. Al quadro appartengono anche il bianco del riso coltivato nella pianura e il nero della liquirizia, radice spontanea che a Rossano ha dato vita a una lunga tradizione di raccolta e lavorazione.
È da questa varietà di colori, paesaggi e sapori che prende forma un itinerario a Corigliano-Rossano. Il Clementina Festival, giunto alla terza edizione, ne è il punto di partenza: un appuntamento che prova a portare l’agrume fuori dai confini del mercato, legandolo ai luoghi, alle persone e alle esperienze che possono raccontarlo.


La stagione della Clementina
Nella Piana di Sibari gli agrumeti occupano una parte importante del paesaggio, tra la costa e i rilievi che chiudono l’orizzonte. La Clementina di Calabria IGP si coltiva in un’area che comprende anche Corigliano-Rossano; il disciplinare ne descrive la polpa succosa e aromatica e l’assenza o la scarsità di semi. Il 50 per cento della produzione italiana proviene proprio da qui.
Anche il nome dell’agrume racconta una storia di viaggi e incontri. L’ipotesi più nota lo collega a padre Clément Rodier, missionario francese attivo in Algeria, cui viene attribuita la selezione del frutto.
La stagione si legge nei frutti e nel lavoro dei campi. Nell’azienda agricola Sangregorio, con sessanta ettari divisi in parti pressoché uguali tra clementine e arance, le varietà seguono un calendario che allunga la raccolta dall’autunno alla primavera: le primizie precedono la clementina comune, considerata dai produttori la più ricca sul piano organolettico, mentre l’Hernandina porta la stagione verso i mesi più avanzati. Accanto a queste, lo Spinoso e altre varietà precoci o tardive mostrano quanto la ricerca varietale sia diventata parte del lavoro agrumicolo.


La raccolta, però, non coincide con tutto ciò che arriva sugli scaffali. Frutti troppo piccoli, troppo grandi o segnati da imperfezioni estetiche possono essere esclusi dal mercato del fresco, pur conservando le qualità organolettiche. È su questa selezione che si innesta una parte della trasformazione locale: a pochi chilometri dagli agrumeti, l’azienda Clemì utilizza anche clementine che altrimenti resterebbero fuori dai canali commerciali per ricavarne l’omonima bibita.
La visita all’azienda racconta un’idea più ampia di valorizzazione. Gli spazi espositivi del “Muclem” sono interamente dedicati alla clementina con opere di artisti calabresi, lampade realizzate con le radici, un gioiello che incorpora bucce essiccate, matasse di lana e fibra di ginestra tinte con pigmenti estratti dalle foglie di clementina, normalmente destinate all’alimentazione animale. Insieme alla bibita, fatta con il ben 20% di succo, Clemì produce inoltre glasse alla clementina (ma anche alla liquirizia, alla cipolla rossa e al bergamotto)per accompagnare formaggi e carni.





Una festa che prova a fare rete
Il Clementina Festival, organizzato dall’amministrazione comunale con il sostegno della Regione Calabria, il patrocinio di Macfrut e la partnership del Consorzio della Clementina di Calabria IGP, nasce con un obiettivo dichiarato: fare della clementina un’ambasciatrice di Corigliano-Rossano e della Sibaritide. Nel suo intervento al convegno “La valorizzazione turistica del territorio della clementina”, l’assessore all’agricoltura e all’ambiente Francesco Modeo ha presentato la manifestazione come l’avvio di un lavoro comune tra istituzioni, imprese agricole e operatori turistici. L’ambizione è costruire esperienze che continuino oltre le giornate del festival e aiutino a distribuire le visite anche nei mesi meno frequentati.
Il tema è emerso con chiarezza anche negli interventi degli operatori. Natale Falsetta, presidente del consorzio turistico Cotaj, ha indicato mare, cultura e agricoltura come i tre assi su cui può crescere l’offerta della Sibaritide. La stagione estiva porta visitatori sulla costa, le campagne, i prodotti e i luoghi storici possono offrire ragioni per tornare in altri periodi dell’anno. Da qui l’idea di itinerari legati alle clementine, all’olio e ai formaggi, e di una maggiore collaborazione tra i comuni del comprensorio.
Le tour operator Brunella Brusco e Valeria Bisciglia, de Le Vie della Perla, hanno aggiunto un’indicazione pratica: il viaggiatore cerca esperienze autentiche, ma perché un territorio diventi una destinazione deve saperle organizzare, raccontare e rendere accessibili. Servono interlocutori reperibili, servizi chiari e persone capaci di accogliere anche in lingua straniera. La rete evocata al convegno passa anche da qui: dalla capacità di dare continuità alle esperienze e di renderle fruibili.
Dai vicoli al mare, dalla storia alla tavola
Corigliano-Rossano si offre al visitatore attraverso due centri storici dalla fisionomia distinta, fatti di strade ripide, scalinate, palazzi e case addossate l’una all’altra.
Il nome di Rossano viene collegato al colore rossastro delle balze e delle colline su cui sorge l’abitato, che torna a emergere nei vicoli e sui profili del centro storico. Il Museo Diocesano custodisce il Codex Purpureus Rossanensis, evangeliario greco del VI secolo, scritto su pergamena tinta di porpora e riconosciuto nel 2015 nel Registro della Memoria del mondo dell’UNESCO. È una testimonianza di quella stagione bizantina che ha lasciato un segno profondo nella città e nel suo patrimonio.



A Corigliano, le mura, le torri e il mastio del Castello Ducale, fortezza voluta secondo la tradizione da Roberto il Guiscardo, raccontano la funzione militare dell’edificio. Le trasformazioni dei secoli successivi hanno aggiunto ambienti di rappresentanza e stanze private, dove arredi e affreschi restituiscono una dimensione domestica della vita nel castello.
Più in alto, a 600 metri d’altitudine, l’Abbazia di Santa Maria del Patire si affaccia sulla Piana di Sibari e sullo Ionio. Fondata nel 1095, porta nel paesaggio il profilo della sua architettura medievale. I mosaici pavimentali conservano figure di animali reali e fantastici; nel complesso è custodita una copia del fonte battesimale del 1137, il cui originale è oggi conservato al Metropolitan Museum di New York. Il nome antico dell’abbazia, Santa Maria Nuova Odigitria, richiama l’icona della Madonna, il cui originale, una tavola di epoca tardo-bizantina, si trova nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo, accanto al Castello Ducale. Nell’iconografia dell’Odigitria, Maria indica il Figlio come via da seguire: un’immagine che rimanda alle dispute bizantine sull’iconoclastia e al culto difeso dai monaci iconoduli, che cercavano rifugio anche sulle alture dell’entroterra.






L’abbazia è parte di una trama più ampia: dalla costa si sale verso un territorio in cui la storia greca e romana della Sibaritide, la presenza bizantina di Rossano e le comunità arbëreshë dell’entroterra compongono una geografia di culture e migrazioni.
Anche la liquirizia appartiene a questa storia. Le sue radici crescono spontanee lungo la costa ionica e per secoli sono state raccolte e lavorate a Rossano. Nel 1731 la famiglia Amarelli fondò un impianto protoindustriale, il “concio”, per estrarre il succo dalle radici: una delle pagine più antiche dell’industria calabrese, oggi raccontata anche dal Museo della Liquirizia.
Sul litorale di Lido Sant’Angelo, la Torre Sant’Angelo ricorda invece la funzione di avvistamento e difesa della costa. Costruita nel XVI secolo, probabilmente intorno al 1543, ha una pianta stellata e domina il tratto di mare che un tempo doveva sorvegliare. È gestita dal WWF che la anima attraverso attività culturali e ambientali.



Un paesaggio di biodiversità
Il mare resta una presenza costante, ma basta allontanarsi dalla costa e risalire nella fascia presilana perché cambino la temperatura e il paesaggio. I boschi, le valli e i corsi d’acqua suggeriscono ulteriori possibilità di visita. Nativo Experience propone percorsi in bicicletta nel centro storico di Rossano e itinerari verso i Giganti di Cozzo del Pesco, castagni monumentali che hanno più di settecento anni. Sono oltre cento, alcuni raggiungono circa dodici metri di circonferenza e hanno tronchi cavi tanto ampi da poter accogliere più persone. Il sentiero prosegue verso l’Abbazia del Patire, tra i boschi e gli affacci sulla pianura.
Nella valle del Colagnati, un percorso più semplice segue il fiume tra ulivi, agrumeti e vegetazione spontanea. Lungo il cammino si alternano lecci, corbezzoli, lentischi, ginestre, castagni e aceri; in alcuni tratti l’acqua scompare sotto il letto ghiaioso e riemerge più a monte in pozze e cascate. Il paesaggio è un mosaico di ambienti, dove le essenze mediterranee convivono con quelle dei boschi.
Qui la clementina è anche una presenza minuta e concreta: ci si può fermare davanti a un albero, staccare un frutto e assaggiarlo sul posto. Nella stessa valle si produce un raro miele di clementine legato alla fioritura e alle condizioni particolari dell’area.
L’agricoltura incrocia il turismo nelle strutture di ospitalità: a Corigliano-Rossano, il Relais Il Mulino offre un modo diretto per abitare questo paesaggio. Antica struttura del Settecento, oggi agriturismo e dimora di charme, è circondato dai propri agrumeti e coltiva clementine e ortaggi destinati anche alla cucina, legata ai prodotti dell’azienda e alle ricette tradizionali del territorio. L’accoglienza, calorosa e genuina, trova una sintesi a colazione: ricotta e yogurt di una fattoria vicina hanno il sapore pieno delle cose buone e raccontano, da soli, il senso di un viaggio. È anche in questa generosità quotidiana che si riconosce la grande ospitalità calabrese.



La clementina in cucina
La trasformazione dell’agrume passa anche dalla cucina, dove la sua dolcezza e il suo profumo incontrano ingredienti di mare, di campagna e di montagna. Al bistrot Attimi, sul lungomare di Lido Sant’Angelo, lo chef Andrea Domma prepara un risotto con riso della Piana di Sibari, gambero rosa, liquirizia e clementina, mantecato con olio extravergine monovarietale. Il riso, morbido e aromatico, tiene insieme la freschezza agrumata e la nota balsamica della liquirizia; il gambero rosa aggiunge una dolcezza marina che resta in equilibrio con gli altri sapori.



Attimi ha aperto lo scorso anno in un edificio che in passato fu un fondaco, legato ai traffici di sale e agrumi del porto. Oggi il bistrot lavora con prodotti del territorio e resta aperto tutto l’anno, in un tratto di costa la cui vita cambia molto tra la stagione balneare e i mesi più quieti.
Per il festival è arrivato anche Massimiliano Tagliaferro, pasticciere di quarta generazione, che collabora con Attimi in estate per la produzione di gelati. Ha presentato due dolci ideati per l’occasione: una brioche ispirata al maritozzo, con olio extravergine d’oliva e liquirizia farcito con panna delattosata e crema alla clementina, e un dolce da credenza con farina di mandorle, cioccolato e succo di clementina. Due preparazioni che esprimono bene l’attitudine alla ricerca del celebre pasticcere.
Da Le Millevoglie, a Corigliano Scalo, la pasticcera Felicia Trifiló insieme al marito Paolo Liguori ha portato al festival un panettone alla clementina, uno alle olive candite e un altro ancora ai pomodori e olive canditi. Quest’ultimo, servito caldo dopo essere stato piastrato e condito con olio e sale, assume la consistenza di un pan brioche e si presta anche all’aperitivo.
Da sottolineare che è la stessa pasticcera a candire gli ingredienti.



Tra le proposte nate per la manifestazione c’è anche la Clement’ALE del Birrificio Agricolo Mashfield. Una birra in stile ale inglese in cui la scorza essiccata di clementina incontra liquirizia e pompelmo. Nel bicchiere, l’agrume lascia una traccia fresca e aromatica, senza coprire le altre note.
Mashfield è anche un locale con cucina, dove la birra artigianale si accompagna a piatti preparati con ingredienti del territorio, carne podolica e il riso della Piana di Sibari. Nei terreni dell’azienda crescono anche ulivi della cultivar Dolce di Rossano, detta Rossanese: una varietà autoctona che caratterizza l’olio Bruzio DOP delle Colline Joniche Presilane. Anche l’orzo proviene in parte dai terreni aziendali in Sila.
Il festival ha dato spazio anche alla miscelazione, con Radici, un cocktail a base di succo di clementina, liquirizia e rum e al Palatino, il panino ideato dagli studenti dell’Istituto Ettore Majorana. Il pane artigianale, preparato con il grano coltivato nei terreni della scuola, accoglie Clementina di Calabria IGP, suino cotto lentamente, Caciocavallo Silano e cavolo croccante. Il nome rende omaggio al calligrafo rossanese Palatino e lega il progetto gastronomico alla storia culturale della città.
Dalla crema del dolce alla scorza della birra, dal frutto fresco nel panino alle glasse di Clemì, la clementina cambia forma e funzione senza perdere la propria impronta aromatica. La cucina ne mostra la duttilità e, insieme, il fermento di chi cerca nuovi modi per portare l’agrume sulla tavola.
Un territorio che si racconta insieme
Al convegno del festival, Maria Grazia Geraci ed Erminia Madeo hanno presentato l’esperienza dell’Olearia Geraci come una case history di valorizzazione dell’olio d’oliva, utile anche al settore agrumicolo. L’azienda ha affiancato alla produzione di olio le visite agli uliveti e al frantoio, le degustazioni e le iniziative culturali: negli uliveti le passeggiate letterarie scandite da letture e poesie, trasformano il paesaggio agricolo in un luogo di incontro culturale.
È la stessa direzione indicata dal festival: fare della clementina una porta d’ingresso alla Sibaritide. Il frutto collega la pianura agrumicola ai centri storici, il mare ai boschi, le aziende ai ristoranti, la cucina alla memoria. Il riso della Piana, la liquirizia, l’olio, i formaggi e i prodotti della montagna ne ampliano il racconto.


In questa parte di Calabria la costa e l’entroterra compongono un itinerario continuo. Nel giro di una giornata, il blu dello Ionio può lasciare spazio alle tonalità dei boschi; un agrumeto può diventare il primo capitolo di una visita che prosegue in un castello, in un museo, in un’abbazia o lungo un fiume. Il Clementina Festival prova a rendere visibile questa continuità. La sfida è darle forma nel tempo, con esperienze capaci di accompagnare il viaggiatore anche quando la stagione del mare è finita e quella delle clementine è appena cominciata.
