Una cucina stellata come metafora di un microcosmo urbano e umano, in cui la pressione del servizio diventa la pressione del presente: generazioni che si scontrano, relazioni che si incrinano, identità che cercano di reggere il peso di un’epoca (la nostra) decisamente troppo veloce. Parliamo di Umami, film targato Disney Plus, uscito un annetto fa, che in questa mia personalissima selezione di “Cose Turche” da vedere trova una collocazione quasi naturale. Intanto per il tema: un film interamente ambientato in un ristorante lussuoso di Istanbul non poteva non trovare posto su Food and Travel. Già perché, vale la pena ricordare che da qualche anno anche la città sul Bosforo è entrata ufficialmente nell’empireo della gastronomia mondiale, con la Michelin che ha finalmente riconosciuto il valore della sua scena culinaria. Umami si muove proprio lì, nel mondo della ristorazione d’élite, ma è molto più di un omaggio alla cucina d’autore, è soprattutto una metafora potente della Turchia contemporanea.
Dopo un periodo di pausa, in cui ha cancellato le sue produzioni originali turche, tra cui la intensa miniserie Kaçış con Engin Akyürek, con cui aveva fatto ingresso nel mercato turco, Disney Plus sembra dunque essere tornata a investire in contenuti locali. Un segnale di inversione? Speriamo. Perché noi siamo qui in attesa della seconda stagione di Kaçış.
Intanto, torna sui contenuti locali con un progetto insolito, ambizioso e anche coraggioso: un film girato interamente in piano sequenza.

IL PIANO SEQUENZA: UN’IMPRESA DA VERTIGINE
Girare un film completamente in piano sequenza è una delle sfide più ardue per un regista. Significa che lo spettatore assiste a un’unica, ininterrotta ripresa, senza tagli o correzioni. Niente montaggio a correggere gli errori o a scegliere le scene migliori, il che significa nessuna possibilità di ripetere una scena senza rifare tutto da capo. Il regista Emre Şahin – che si divide fra Stati Uniti e Istanbul ed è anche produttore (Mezzanotte a Istanbul su Netflix) oltre che affermato direttore della fotografia e montatore esperto – lo conferma in una intervista a Mutlu Hesapçı giornalista turca che apprezzo molto: Umami è uno dei rarissimi esempi nel cinema turco di piano sequenza reale, spinto a un livello estremo, senza alcun montaggio nascosto, come il regista ha più volte sottolineato. Un esperimento che ha richiesto settimane di prove, sincronizzazione maniacale e un cast pronto a reggere la tensione di una performance teatrale… ma con una cinepresa che inseguiva gli attori senza tregua su e giù per il ristorante.
UNO SPETTATORE NELL’ACQUARIO DEL RISTORANTE
Guardare Umami è come osservare un acquario in cui i pesci si muovono freneticamente tra sala, cucina, retrocucina, garage… intrappolati in una notte che sembra non dover finire mai. Per due ore la cinepresa segue lo chef Sina Bora (un intenso Burak Deniz), i suoi cuochi, i camerieri e i clienti, trascinandoci in una spirale di tensione crescente. Il caos è totale: ingredienti che mancano, una scrittrice gastronomica da impressionare, un mentore italiano a cui tenere testa, clienti insopportabili, tensioni tra il personale e, come se non bastasse, un padre malato che ha bisogno di un intervento d’urgenza.
La sensazione è un po’ quella di Un giorno di ordinaria follia trasportato in una cucina stellata: due ore in cui lo stress cresce, il tempo si dilata, e il pubblico si lascia trascinare dai movimenti della macchina da presa, trovandosi immerso nel caos e nelle tensioni del ristorante.
TRA MODERNITÀ E RADICI: LA TURCHIA RACCONTATA IN UNA CUCINA
Difficile inquadrare Umami in un genere: definirlo un thriller culinario sarebbe riduttivo.
È, appunto, una metafora concentrata della Turchia contemporanea, dove il desiderio di modernità si scontra continuamente con il peso della tradizione. Lo chef Sina incarna questa tensione: un uomo che tenta di affermarsi in un sistema competitivo e accelerato, ma che si porta addosso il fardello della famiglia, del passato, delle aspettative.
La scelta del tempo reale e del piano sequenza non è allora un virtuosismo formale, ma il dispositivo che rende possibile questa lettura: restare dentro l’azione senza interruzioni significa condividere la pressione, l’urgenza, l’impossibilità di sottrarsi. Il film diventa così, come ha spiegato il regista, anche un ritratto della Istanbul contemporanea: caotica, frenetica, attraversata da sfide continue e da sogni che si scontrano con la realtà.

Ci sono due momenti che rendono bene il senso del film.
La critica gastronomica (interpretata da Nergis Öztürk), durante la notte più infernale del ristorante, si lascia andare a una riflessione che va oltre il cibo: “Poi un giorno ti rendi conto di quanto tutto sia temporaneo.” Ed è qui che Umami si svela per quello che è: non un film sulla cucina, ma sulla vita stessa.
La ribellione della sous chef Melis (una bravissima Öykü Karayel, la Ipek di Black Money Love, indimenticabile Meryem in Ethos) a Cengiz, socio dello chef Sina, ossessionato dalla comunicazione, dalla reputazione e dall’immagine perfetta. Di fronte all’ennesima lamentela pretestuosa di un cliente e dalle richieste di Cengiz, Melis esplode: “Invece di dire grazie, stai facendo il capo qui. Non sai niente. Hai mai cucinato? Qui hai degli schiavi pagati da tuo padre. Nessuno ti rispetta.” Una scena potente, resa ancora più incisiva dal fatto che è una donna a prendere posizione con questa forza.
IL CAST, UNA BRIGATA PERFETTA
In un film girato in un’unica ripresa, dove non c’è spazio per errori o seconde possibilità, un casting impeccabile era essenziale. E qui ogni tassello è stato scelto con cura, creando un ensemble che funziona come una brigata rodata.
Burak Deniz è decisamente a suo agio nei panni dello chef Sina: il suo volto esprime tutta la fatica di un uomo schiacciato dalle responsabilità, costretto a essere contemporaneamente leader, figlio, amico. L’intesa con Melis è palpabile, il loro rapporto fraterno è uno dei punti di forza del film. Ottima anche la prova di Ulvi Kahyaoğlu (già notato nei panni di un giovane procuratore in Yargi), che con Cengiz interpreta il figlio di papà costretto di fatto a indossare una maschera che non gli appartiene. Tenerezza, poi, per le inquadrature su Taha Bora Elkoca, che per un attimo mi ha riportata al suo Ahmet in Kaçış. E poi c’è il cliente insopportabile, interpretato con una bravura straordinaria da un attore che meriterebbe un premio solo per la sua capacità di far salire la pressione sanguigna dello spettatore. Una scena che, per estetica e dinamica, richiama certe situazioni corali e claustrofobiche del cinema di Woody Allen, dove il conflitto esplode attraverso il dialogo e l’irritazione reciproca.
Il cast di Umami è stato scelto con una precisione quasi maniacale: ogni attore è calibrato per il proprio ruolo, dai protagonisti alle figure di contorno, fino alle controfigure e ai clienti seduti ai tavoli. Applauso anche a Onur Ünsal (Çekdar, lo chef de partie addetto alla carne) e Osman Sonant nei panni di Renzo chef star della tv, mentore italiano di Sina.

CIBO E DIALOGHI
Il cibo, paradossalmente, resta sullo sfondo. In un film ambientato all’interno di un ristorante di alta cucina, ci si potrebbe aspettare una maggiore attenzione visiva ai piatti, al dettaglio delle mani che impiattano, ai gesti da vicino della preparazione. Tuttavia, questa sottrazione è sicuramente legata alla scelta del piano sequenza: in una ripresa ininterrotta, soffermarsi sui dettagli gastronomici avrebbe rischiato di spezzare il flusso e appesantire la messa in scena. Lo stesso discorso vale per i dialoghi, che talvolta appaiono essenziali, quasi asciutti. Una maggiore incisività nella scrittura avrebbe forse rafforzato alcune dinamiche, ma è anche possibile leggere questa scelta come parte di un realismo voluto, per rendere fedelmente un ambiente costantemente sotto pressione.
E SE FOSSE UN PIATTO?
Seguendo la tradizione della rubrica Cose Turche, diventa quasi inevitabile associare Umami a un piatto capace di restituirne il senso profondo. Umami somiglia a un Hünkar Beğendi: una preparazione che tiene insieme radici antiche e tensione verso il nuovo. Il nome — “il sultano lo ha adorato” — richiama una tradizione solida, quasi imperiale, mentre la crema di melanzane affumicate e lo spezzatino d’agnello raccontano una cucina che nasce dal passato ma continua a reinventarsi.
È in questo equilibrio instabile che si riflette il cuore del film: la cucina come luogo di mediazione tra ciò che è stato e ciò che tenta di emergere. La cucina metafora di un Paese che, come lo chef Sina, tenta di affermarsi nel nuovo senza riuscire a liberarsi del peso del passato.
UN FILM DAL SAPORE PERSISTENTE
Umami è un’esperienza che si sedimenta, come un sapore persistente sul palato, come quel gusto umami che dà il titolo al film: qualcosa di complesso, quasi impalpabile, che una volta percepito lo si identifica con chiarezza.
Gran parte del merito va al piano sequenza e agli attori che si muovono con la precisione di una brigata perfettamente sincronizzata, senza possibilità di errore. Burak Deniz regge il film con una presenza costante e trattenuta: è un uomo che combatte su troppi fronti, schiacciato dal peso di aspettative, responsabilità e rimorsi. Vorrebbe essere un leader, ma resta un figlio che si sente inadeguato, un uomo che tenta di mantenere il controllo mentre tutto, lentamente, gli sfugge di mano.
La sua sofferenza è silenziosa ma costantemente visibile: negli sguardi che evitano il confronto, nei momenti di esitazione, nel rifugio effimero dell’alcol e in una rabbia che non trova mai piena esplosione. È un’interpretazione che conferma quanto Deniz sia a suo agio nei ruoli drammatici — come Celal in Marasli, ruolo che sembrava cucito su di lui — capace di usare la propria fisicità per dare forma a stati d’animo irrisolti e dolorosi.
Accanto a lui, Öykü Karayel è una spalla perfetta: minuta, dall’aspetto dolce, riesce a restituire con efficacia la forza nascosta che spesso caratterizza le donne. La sua Melis diventa quasi un simbolo della resistenza al femminile, di chi è stanca di piegarsi a regole incomprensibili, di chi — finalmente — rivendica il diritto di giocare alla pari in un mondo ancora profondamente maschile. La sua ribellione è uno dei momenti più intensi e necessari del film.
Umami non è solo, quindi, una storia di ristorazione e cucina. È il ritratto di una società che corre all’impazzata senza riuscire a tenere il passo con sé stessa, una società che pretende prestazioni sempre più elevate senza concedere tregua. Il ristorante, con la sua frenesia incessante, diventa il microcosmo della vita moderna, dove il tempo è un lusso che nessuno può permettersi.
Ed è forse qui che si nasconde la chiave più profonda del film: Umami racconta il peso delle responsabilità, i fardelli invisibili che ci portiamo addosso, le dinamiche familiari che ci formano e, allo stesso tempo, ci incatenano. Racconta la sensazione di essere sempre un passo indietro, di non riuscire mai a essere davvero presenti.
Il film ci ricorda che, alla fine, la perfezione non esiste. Esiste solo il tempo che abbiamo, e il modo in cui scegliamo di viverlo.
*le foto sono tratte da Instagram e dall’articolo di Mutlu Hesapçı su https://www.gazetepencere.com/
