Silenzio, Viaggio nelle geografie intime di Engin Akyürek

Sessizlik Silenzio Engin Akyürek

Il libro d’esordio di Engin Akyürek, già nella Top 30 Hoepli a due settimane dall’uscita in Italia, racconta la Turchia più autentica attraverso ventuno racconti di silenzi, memoria e infanzia.

Alcuni libri non si aprono per essere divorati tutto d’un fiato. Si aprono, si richiudono, si riaprono ancora: si leggono a tappe, con la lentezza di un respiro che si prende tutto il tempo del mondo. Silenzio di Engin Akyürek è uno di quei libri che non si leggono soltanto: si abitano, si attraversano, si respirano. Ci si muove tra le sue pagine con la stessa disposizione d’animo con cui si rientrerebbe nella casa della propria infanzia dopo molti anni, riconoscendo ogni oggetto e al tempo stesso scoprendone di nuovi. È un libro che chiede al lettore di rallentare, di alleggerirsi, e in cambio offre qualcosa di raro: uno sguardo diverso sulla Turchia, costruito attraverso le vite minime e ordinarie che, sommate, compongono un romanzo corale.

Pubblicato in Turchia nel 2018 con il titolo Sessizlik– dopo le edizioni in diverse lingue (persiano, spagnolo, francese e inglese) ora tradotto in italiano da Bertoni Editore –  questo libro ha già trovato un pubblico attento e partecipe: a due sole settimane dall’uscita in Italia è entrato nella Top 30 Hoepli al sesto posto, superando persino il Premio Strega 2025. Il successo immediato, in controtendenza rispetto al mercato, racconta la potenza di una scrittura che rifugge ogni rumore e lavora sui toni sommessi.

Silenzio al sesto posto della classifica dei libri più venduti in Italia.

La lingua come spazio

La scrittura di Akyürek sembra provenire dallo stesso territorio espressivo che da anni abita come attore: il silenzio. Ma qui le pause non sono solo gesto, diventano parola. Non ci sono orpelli, né compiacimenti; la sua lingua non corre mai, preferisce scavare. È fatta di frasi brevi, che si posano l’una accanto all’altra come pietre di un sentiero, e ogni volta l’occhio è costretto a fermarsi e a guardare meglio, più a fondo.

Il risultato è una prosa che non cerca la bellezza dell’effetto, ma quella della verità. L’essenzialità si traduce in densità: il non detto è altrettanto eloquente quanto ciò che viene espresso.

Tre stanze aperte: infanzia, desiderio, memoria

Silenzio è composto da ventuno racconti, ciascuno come una stanza a sé. Eppure, man mano che le si attraversa, queste stanze si scoprono comunicanti: l’infanzia che si arrampica su un albero, il desiderio che cresce nell’angusto spazio di un autobus, la memoria che si accende nello sguardo di una vecchia fotografia…

Il primo dei racconti, Il ciliegio, è forse il più emblematico nel restituire questo sguardo. La scalata di un ragazzo tra i rami di un albero diventa molto più di un furtivo furto di frutti: è l’ingresso in un mondo sospeso, dove il silenzio non è assenza ma complice. La lunga attesa tra le foglie, il battito accelerato del cuore, l’ombra delle figure che si avvicinano nel giardino: tutto si trasforma in un rito iniziatico, nella scoperta di quanto la paura e la meraviglia possano convivere nello stesso istante. Nel momento in cui le braccia e le gambe del protagonista si fondono con i rami, quel ciliegio diventa casa, rifugio e specchio dell’adolescenza. E la caduta finale – reale e simbolica – è il passaggio dall’infanzia al mondo adulto, con il suo carico di vergogna, di sogno e di memoria che resterà, per sempre, attaccata a quell’albero.

Se Il ciliegio racconta l’iniziazione all’esistenza attraverso il corpo e il rischio, Una nuvola si nascondeva nei suoi occhi è invece un racconto di sospensione, di attesa. In un vecchio autobus che “balla” sulle strade di Ankara, lo sguardo di un ragazzo incontra quello di una ragazza sconosciuta: tre fermate bastano per trasformare la routine in una coreografia di emozioni. Qui Akyürek scava nella geografia del desiderio adolescenziale: ogni sguardo è un viaggio, ogni piccolo gesto si carica di un’intensità che la vita adulta farà fatica a ritrovare. La scrittura riesce a trattenere questa tensione senza mai cadere nella retorica: il non detto diventa paesaggio, e le nuvole negli occhi della ragazza sono quelle stesse che velano e proteggono i sentimenti più puri.

Di segno diverso ma ugualmente profondo è Il bambino in me. L’infanzia qui non è nostalgia: è un luogo interiore, smarrito e cercato con ostinazione. Akyürek racconta l’incontro casuale con un tassista e la scoperta di una fotografia, l’unica rimasta della sua infanzia. Da questa immagine prende forma una meditazione sul tempo: su ciò che perdiamo crescendo e su quello che, invece, possiamo salvare. È un racconto che si muove come un taxi nel traffico: a scatti, tra pause e riprese, fino ad arrivare a una frase che resta incisa: «Mamma, mandami solo le foto in cui sto sorridendo». Una richiesta che è anche un invito a non dimenticare la parte più fragile e luminosa di sé.

Ho scelto di concludere questo ideale percorso tra le parole di Silenzio con, Ciao, che porta la scrittura di Akyürek in una dimensione ancora diversa: quella della parola che unisce. Il racconto è un epistolario lungo vent’anni, nato da un compito scolastico e proseguito come un dialogo ininterrotto tra due vite che non si incontrano mai. La distanza, anziché allontanare, diventa la condizione stessa della vicinanza. In queste pagine la scrittura ritrova la sua funzione originaria: dare forma al tempo e custodire l’altro. Le lettere diventano la casa comune di due esistenze che si trasformano senza mai toccarsi, a conferma di quanto, per Akyürek, la relazione non abbia bisogno di clamore per essere profonda. Nel silenzio dell’assenza, la parola riesce a diventare presenza.

Tutti gli altri racconti continuano a intrecciare questi tre fili essenziali: l’infanzia, il desiderio, la memoria. Pagina dopo pagina, li modulano in variazioni sempre nuove, fino a trasformare la raccolta in una partitura sottile e complessa, dove ogni lettore finisce per ritrovare qualcosa di sé.

L’autore, tra cinema e scrittura

Chi conosce Akyürek come attore sa che la sua forza sta nell’abitare la pausa: nei silenzi densi di significato, negli sguardi che sanno farsi parola. Nella scrittura questo talento si trasforma: Silenzio è il luogo in cui quelle pause diventano frasi, e gli sguardi trovano voce. Non è un approdo improvvisato ma il proseguimento naturale di una pratica coltivata fin dai tempi dell’università, nutrita negli anni attraverso la rivista letteraria Kafasina Göre, che lui ha contribuito a fondare. Anche quando è sul set, perfino nei giorni più intensi, la scrittura resta per lui uno spazio inviolabile, il luogo segreto in cui sedimentano pensieri e storie.

Il dono del silenzio

Da questo intreccio di voci prende forma una Turchia che non è quella delle guide: è la Turchia delle presenze minute. La Turchia di chi bussa alla porta del vicino senza bisogno di invito, di chi trasforma un campo vuoto in un campo da calcio, di chi conosce il valore di una festa condivisa. Non è una geografia fisica, ma una geografia affettiva: un atlante di legami e consuetudini che rischiano di dissolversi e che qui trovano riparo. E che, per certi versi, ricorda anche l’Italia dei piccoli paesi e della provincia, quella che esiste e resiste, dove il tempo sembra ancora misurarsi a passi e a relazioni.

In un tempo in cui tutto sembra dover esistere attraverso il rumore, Silenzio si fa controcanto: un atto di resistenza e di fiducia nel passo lento, un invito a stare dentro le parole come dentro una casa, a capire che la delicatezza non è fragilità ma profondità. Con questo libro Engin Akyürek consegna al lettore non solo l’immagine di un Paese, ma un nuovo modo di avvicinarvisi: perché Silenzio, a chi sa ascoltare, non si limita a raccontare storie – insegna, semplicemente, come guardare.
Silenzio è disponibile in tutte le librerie e negli store online.