Il cibo è arte, il cibo è cultura, il cibo nutre. Il cibo è soprattutto amore, verso una terra, delle materie prime, certe tradizioni, alcune nonne, mamme, donne. Gli chef oggi sono una categoria che “va di moda”, che “fa tendenza”. I cuochi prima di essere tutto questo, sono degli uomini e come tali amano. Ce ne parla Nadia Afragola che ha intervistato Rosa Fanti, moglie di Carlo Cracco.

Rosa Fanti è la donna che tutte le italiane invidiano. Ha sposato lo chef più amato d’Italia, Carlo Cracco, dandogli due figli maschi, Pietro e Cesare. Rosa, oggi manager di Carlo, è emiliana, trapiantata a Milano, ha 17 anni in meno della versione italiana di Gordon Ramsay, che ha sposato il 19 gennaio 2017, dopo un lungo fidanzamento, iniziato nel 2008. Galeotto fu un evento al quale entrambi presero parte. Laureata in scienze della comunicazione, negli anni, è stata bravissima a tirar fuori il lato più glamour di Carlo. Siamo stati a Milano, in Galleria Vittorio Emanuele, uno dei simboli della città meneghina e oggi casa incontrastata della tribù dei Cracchi. 

Rosa Fanti – Foto ©Barbara Santoro

Chi è Rosa Fanti? Anzi Rosa Cracco. 

Diciamo Rosa Fanti… altrimenti mi sento male, non ce la posso fare. Sono una mamma, una donna dedita al lavoro quando non è alle prese con i bambini, la mia occupazione principale. Sono multitasking, cerco di far combaciare un po’ tutto, dal lavoro, alla famiglia, passando per la vita privata, le amiche. La cosa più difficile è incastrare tutto. Sono alle prese con tre maschi in casa e finisco sempre in mezzo.

Cosa sognava di diventare da grande, quando era una bambina? E di cosa si occupa invece oggi?

Volevo fare l’archeologa, ero una secchioncella a scuola, mi piaceva la storia, la geografia, sognavo di andare in missione in giro per il mondo poi ho fatto scelte diverse, il mio sogno è cresciuto con me. Ho fatto studi umanistici e mi sono laureata in Scienze della Comunicazione, mi piace il marketing, le pubbliche relazioni e questo negli anni è diventato il mio lavoro. Prima lo facevo per diverse società, ora lavoro esclusivamente per Carlo. Seguo la comunicazione dello chef, del ristorante in Galleria, della sala eventi, prima facevamo tante cose fuori dal ristorante, ora avendo una struttura tutta nostra siamo impegnati il doppio. 

Con Carlo come vi siete conosciuti?

Lavorando. Lui dalla mattina alla sera fa quello e lo potevi conoscere solo così, ad una serata dove cucinava. Era il 2008 quando iniziammo a frequentarci. Sono passati dieci anni. 

Come l’ha conquistata?

Mi ha spiazzato, era molto diretto, non ci girava tanto intorno alle cose per cui dopo 2 solo settimane che lo conoscevo mi ha chiesto di accompagnarlo a Londra per un impegno di lavoro. È stato tutto molto veloce e poi una sera è venuto a cucinare a casa mia: mi ha preso per la gola! Arrivò a casa con il piccione, era la prima volta nella mia vita che lo mangiavo, personalmente avrei evitato… non sapevo se mi sarebbe piaciuto. Pensai che se lo avessi mangiato voleva dire che era fatta e infatti… lo ricordo come fosse oggi. Me lo servì con le patate e le castagne, era autunno, mi piacque tantissimo e lì capì che non potevo più tornare indietro. 

Chi è il più geloso dei due?

Io un po’ lo sono ma sicuramente lui lo è più di me. Mi fido tanto nonostante la notorietà e la popolarità possano giocare brutti scherzi. Mi fido di me stessa e di lui sono tranquilla. Se però metto un vestito più scollato del solito è lì pronto a chiedermi se sto andando a fare beneficienza in giro. Lo nota, ci sta attento!

Che vuol dire essere la moglie di uno chef?

Vuol dire essere in grado di organizzare alla perfezione la propria vita, nel senso che gli chef per quanto oggi possano essere alla moda, fanno un lavoro duro, faticoso, con orari pazzeschi. Carlo inizia alle 9 del mattino e finisce alle 2 di notte, orari difficili da conciliare con la vita familiare. Cerco di far coincidere tutti gli aspetti della nostra vita: è questo il compito che più mi compete. Dalle 17.00 alle 19.00 Carlo è in pausa e viene a casa per stare con i bambini, ceniamo insieme la sera, presto, da sempre, come le galline, alle 18.30, è quello il momento dedicato alla famiglia, solo nostro. Lui cucina per i bambini e alle 19.30 è al ristorante mentre i suoi figli vanno a dormire. All’inizio mi pesava essere sola la sera, non ero abituata, poi ho fatto di necessità virtù e la sera è diventato il momento che dedico a me stessa. Leggo libri, guardo i miei film, faccio un bagno caldo. 

Un difetto… un pregio. 

Ha una testa geniale, stargli vicino sia nel privato che sul lavoro è stimolante, è sempre un passo avanti. Un difetto? È troppo testone, cocciuto, e quindi spesso mi ritrovo a cercare di smussare quest’aspetto.  

Quanto è difficile essere genitori oggi? 

Ho due bambini piccoli, per cui sono ancora nella fase in cui i problemi sono relativi. Credo che molto dipenda poi da te, dall’approccio che si ha verso la vita, dall’educazione che si vuole dare. Provo sempre ad immaginare cosa succederà quando saranno cresciuti. Ho vissuto un’infanzia e una adolescenza protetta e sicura, sono cresciuta in un paesino dove tutti si conoscevano. Quando penso al futuro dei miei figli ho un po’ di paura, diventeranno ragazzi in una città grande con tante possibilità e incognite. È difficile essere madri oggi, i ragazzi sono sgamati e avanti rispetto a noi… i social sono un mondo nuovo nel quale vivranno che dovrò affrontare tra qualche anno. 

Interni del Ristorante di Carlo Cracco ©Barbara Santoro, Carmine Conte

Nutrirsi è una nobile arte. Come avete affrontato lo svezzamento dei vostri figli? Li ha sul serio svezzati tutti al sesto mese con il piccione?

Questo aspetto l’ho affidato a Carlo, ha fatto tutto lui. Cerchiamo sempre di dare ai bambini degli stimoli nuovi per farli diventare curiosi anche dal punto di vista alimentare. Confermo lo svezzamento con il piccione… il gusto si forma più avanti ma è giusto far assaggiare tutto ai bambini, non ponendo limiti, solo così diventeranno degli uomini con un rapporto di curiosità verso il cibo. Non devono limitarsi a mangiare quello che conoscono o quello che amano: il cibo è cultura, ecco perché ad ogni nuovo viaggio aggiungiamo un gusto nuovo al loro palato. E non mangiano solo alimenti da bambini, Cesare che ha appena 4 anni ha un palato pazzesco e mangia già cose incredibili, dalla curcuma, alle alici marinate, lo zenzero; Pietro è più tradizionalista, mangerebbe sempre pasta, è un carboidrato dipendente ma anche lui ama assaggiare tutto. Poi sanno che il loro papà è uno chef e questo li porta a spingersi sempre un po’ più in là. 

Che papà è Carlo?

Molto affettuoso: ha bisogno di stare con i bambini perché solo loro riescono a riportarlo in una dimensione umana, affettiva. Con loro si esula, stacca dal lavoro che fa, che è piuttosto duro, fatto di momenti di tensione, dove devi dare il meglio sempre durante il servizio, mantenendo dei ritmi frenetici. I bimbi gli danno una mano, quando è con loro gioca tantissimo e per quanto siano legati a me, da buoni figli maschi, certe cose le fanno solo con il loro papà, come andare a giocare al parco il sabato e la domenica.

Tre maschi in casa… come la spunta?

È più facile di quello che uno può immaginare. Io sono il centro della famiglia, con due figli maschi è più semplice che con due femmine. Sono quella che fa rispettare le regole, sanno che con la mamma non si sgarra, il papà invece è più buono.

Ha tanti libri di cucina ma non i miei: ha dichiarato Carlo in una intervista.

Si riferiva a mia mamma, io non ho libri di cucina. Lei è una appassionata e brava cuoca, ogni volta che andiamo a trovarla prepara qualcosa di buono, gli chiede se le è piaciuta e poi gli dice che è una ricetta della Parodi. Tra i due c’è una bella diatriba anche se alla fine la spunta sempre mia mamma anche perché quando siamo a casa lo caccia sempre dalla cucina. 

Lei è la comunicatrice della coppia. I contatti con la stampa li tiene anche lei. Si sente in parte artefice del suo successo?

Per fortuna che sono io a tenere i contatti con la stampa… lo facesse lui sarebbe un pasticcio. No, il successo è tutto suo, è completamente merito suo, io sono il supporto operativo e non voglio prendere ne gloria, ne meriti. Quando arrivi a certi livelli il tuo successo non dipende dalla comunicazione: Carlo ha fatto la sua gavetta, ha un curriculum pazzesco e tutto quello che sta ottenendo è frutto della sua formazione e personalità. Mi limito a dare una grande mano e, come chiunque faccia parte del suo team, sono una parte fondamentale del suo lavoro. Cerco di farlo bene e nel migliore dei modi, in fondo lavoro per noi e così tutto viene più semplice.

Cosa pensa di aver portato “in dote” all’impresa di famiglia?

Ho cercato di lavorare su di lui, sull’approccio che ha, dando un apporto in termini umani, non solo lavorativi. Fare lo chef a certi livelli è impegnativo, devi avere la possibilità di staccare, conciliarti con il mondo. Il mio ruolo principale è ciò che faccio nella vita privata e familiare. Do l’equilibrio e la serenità necessari alla vita di tutti i giorni. È qualcosa che poi si riflette sul lavoro. Faccio in modo che arrivi carico e motivato, altrimenti il lavoro finirebbe per risucchiarlo. 

A proposito, chi cucina a casa?

Io apparecchio! 

Qual è il suo piatto cult per lei?

Adoro la pasta anche se cerco di trattenermi e non mangiarla tutti i giorni. Mi ritrovo poi sempre ad assaggiare, a fare prove menù, per non parlare dei dolci, delle torte, dei pasticcini. Mi viene in mente una pasta al burro affumicato, semplice o gli spaghetti che ha fatto con la barbabietola. In testa ho i suoi risotti.

Ansia da prestazione. I vostri amici vi invitano mai a cena? 

No, a dire il vero non ci invita quasi mai nessuno anche se noi vorremmo tanto andare a casa di amici piuttosto che al ristorante. In pochi però si cimentano con Carlo seduto a tavola, al massimo se ci invitano fanno delle gran grigliate per non assumersi colpe… al di là degli scherzi, gli amici con cui siamo più in confidenza li invitiamo noi, perchè effettivamente se lasciamo fare a loro spesso cercano di deviare su un ristorante piuttosto che in casa… questione di ansia, come dici tu.

Il successo più grande di suo marito qual è stato? La stella, l’Ambrogino d’Oro, la carica di Ambassador a Expo, i suoi libri, il suo ristorante… 

L’ultima cosa che abbiamo fatto: il progetto in Galleria Vittorio Emanuele II va al di là di tutti i premi. La soddisfazione più grande è stata quella di riuscire a dar vita al suo sogno, un locale importante e variegato, dove puoi andare anche solo per un caffè, oltre che per il ristorante gastronomico o la cantina. Ha sempre lavorato per altri, anche con Hugo era solo ma non era il suo locale, lo aveva ereditato. Questo invece è il suo primo vero grande progetto, il culmine della carriera, la realizzazione di un sogno.

Cosa manca per la seconda stella Michelin? 

Non lo so. Non decidiamo noi, se arriva va bene altrimenti siamo contenti ugualmente. Devi lavorare bene, avere un riscontro positivo da parte dei tuoi clienti, un ristorante pieno e serate in cui tutto va bene. La soddisfazione più grande sono i riconoscimenti che arrivano ma non sono la ragione principale della nostra vita. La felicità non dipende da loro per fortuna, ci sono tanti ristoranti che non hanno una stella e lavorano ad altissimi livelli con una fatica tale che sul petto a quei cuochi dovrebbero cucire altro che una stella. 

Oserei dire che le coppie che lavorano insieme nella ristorazione funzionano alla grande, sbaglio?

Si funzionano, almeno nel nostro caso. Ci sono tante coppie fantastiche come Massimo (Bottura, ndr) e Lara, Evelina e Davide (Oldani, ndr) ma per ritornare al discorso di prima, parliamo di un lavoro impegnativo, in cui fai orari strani, hai ritmi pazzeschi e lavorare insieme al tuo compagno o marito che sia è una necessità. Il nostro non è un lavoro monotono, è stimolante per tanti aspetti e non si svolge solo in cucina, ci sono le collaborazioni esterne, la sala. Lavoriamo insieme ma non facciamo la stessa cosa, siamo complementari. 

Carlo Cracco Foto ©Barbara Santoro, Carmine Conte

La visibilità, l’essere “riconosciuti”, non ha mai minato in alcun modo la vostra serenità?

Un pochino all’inizio si, quando Carlo ha deciso di entrare a far parte della squadra di Masterchef non ci aspettavamo tutto il successo che è arrivato, non eravamo preparati, né io, né lui e a volte ti può scombussolare. Il sabato pomeriggio andare al parco Sempione è diventato impossibile, perché ti fermano tutti, mentre tu sei lì con il tuo bimbo e vorresti solo poter giocare con lui. Poi impari a convivere con tutto questo e cerchi escamotage e soluzioni per far sì che la popolarità non sia troppo invadente. Abbiamo preso delle accortezze e delle misure, poi comunque non dimentichiamo mai che Carlo rimane, di base, un cuoco. Non ha sognato la carriera televisiva a questi livelli, ha semmai imparato a farci i conti e a conviverci. 

E se i vostri figli decidessero di seguire le orme del padre?

Perché no!? Se proprio vogliono… non ho mai avuto limitazioni dai miei genitori e non inizio certo io a porre dei limiti ai miei figli.  È importante che seguano i loro sogni e le passioni senza farsi influenzare. 

Con Carlo non litiga mai?

Almeno una volta al giorno e sicuramente di più sul lavoro. Per fortuna abbiamo due caratteri che ci permettono di beccarci e pochi minuti  dopo far finta che non sia successo nulla. Resta inteso che se devo dire qualcosa lo dico non mi tengo le cose dentro e lui è uguale a me in questo… spesso però poi ci viene da ridere.   

Gli ha bocciato mai qualcosa?

Si sempre e lui risponde che non capisco niente di cucina. Assaggio i piatti prima di chiunque altro, do il mio parere, giudizio, lo boccio se devo, anche per provocarlo e lui è molto attento al mio parere. È vero che non so cucinare ma lavorando con lui assaggio tutto e ho sviluppato un certo palato che merita il suo rispetto, ecco perché alla fine mi ascolta, anche se non lo ammette. Mi ricapita poi di riassaggiare dei piatti e scoprire che ha fatto la modifica che gli avevo suggerito io, mi prendo così le mie soddisfazioni e non dico nulla. 

C’è il suo zampino dietro il look di Carlo?

Si, sicuramente… quando l’ho conosciuto indossava dei pantaloni gialli e arancioni. Ho buttato via tutto il contenuto del suo armadio, non si poteva vedere! Ci tengo a lui. Un giorno eravamo in vacanza, non aveva dietro il necessario per farsi la barba, gli è cresciuta un po’ e guardandolo meglio gli ho detto di non tagliarsi mai più la barba corta. Da quel giorno sono passati 8 anni fa, e nonostante all’inizio abbia bofonchiato che appena tornato a casa avrebbe “ripulito” la faccia non l’ha mai più tagliata corta. Non gli curo il look oggi, gli ho dato una svolta all’inizio e anche se chiede sempre il mio parere, a lui del look continua a non importare nulla. Non credo sia mai entrato in un negozio per comprarsi dei vestiti. 

Quando le vengono gli occhi a cuore guardandolo?

Quando veste un po’ rock… con il chiodo in pelle e mi porta in moto a fare un giro. Lo preferisco casual, spensierato, rilassato e perché no… tutto per me!