“Gamajoba”, buongiorno. In Georgia non è soltanto un saluto: è un augurio, una dichiarazione di resilienza. Significa “sii vittorioso”, come a ricordare che ogni giorno porta con sé una piccola battaglia da vincere, e che la dignità sta nel superarla. Dentro questa parola semplice, che riecheggia nelle strade di Tbilisi, Kutaisi e Batumi, c’è tutta la storia di un popolo che nei secoli ha respinto invasori, imperi, dominazioni, senza mai smarrire la propria identità.
La Georgia è stata confine e crocevia: persiani, ottomani, russi e sovietici hanno provato a piegarla, ma la lingua e l’alfabeto georgiano – unico al mondo, elegante come un ricamo – sono sopravvissuti. La fede cristiano-ortodossa non è rimasta rito, ma vita quotidiana. E persino le ferite storiche sono diventate memoria condivisa, che oggi risuona nei canti polifonici, nelle statue, nelle piazze, nei profumi della cucina e nei calici di vino: i simboli più universali della resilienza georgiana.
Tbilisi, il passato che non passa
Chi arriva a Tbilisi lo avverte subito: il passato non è un capitolo chiuso, ma un respiro costante. Sul viale Rustaveli palazzi sovietici convivono con grattacieli di vetro, teatri neoclassici e facciate ottomane. I muri portano scritte come We are Europe, mentre giovani alla moda sorseggiano caffè in locali scavati sotto volte di mattoni. La contraddizione è l’anima stessa della Georgia: un Paese geograficamente in Asia, ma con lo sguardo e il cuore rivolti all’Europa.
Eppure, nonostante il peso della geopolitica e la paura delle ingerenze di Mosca, il sabato sera le strade si riempiono di luci, risate, musica e brindisi. Ed è proprio il brindisi la chiave per capire la Georgia: qui nulla si comprende davvero senza passare da una tavola imbandita.


Supra: il banchetto che racconta un popolo
Mangiare in Georgia non è un atto individuale: è un rito. La cena, la supra, trasforma la tavola in un mosaico di piatti condivisi, un’esperienza collettiva guidata dal tamada, il maestro dei brindisi. Ogni calice è poesia: si brinda alla pace, all’amore, ai vivi e ai morti, alla natura, alla famiglia.
I piatti parlano di convivialità. I khinkali, ravioloni ripieni di carne e brodo, si mangiano con le mani: si afferra il “cappuccio”, si beve il succo caldo, si addenta il resto. Il khachapuri, focaccia ripiena di formaggio, cambia volto da regione a regione: tonda, rettangolare o a barchetta, con un uovo che si scioglie al centro. Ci sono poi le pkhali, polpettine di verdure e noci dai colori vivaci, la chikhirtma, zuppa avvolgente di pollo, e lo mtsvadi, spiedini di carne arrostita al fuoco vivo. Immancabili i dolci della tradizione contadina, come la churchkhela: fili di noci immersi nel mosto d’uva rappreso, appesi nei mercati come collane da sgranocchiare.
Il vino: 8.000 anni di memoria custoditi nei qvevri
La Georgia non è solo la culla del vino, lo è da oltre 8.000 anni. Qui la vinificazione è arte, rito e identità, celebrata nel metodo dei qvevri: grandi giare di terracotta interrate, dove il mosto fermenta per mesi a contatto con bucce e vinaccioli. Ne nascono vini di carattere unico: bianchi che diventano ambrati, con sentori di miele e spezie; rossi intensi e tannici, come il celebre Saperavi.
Le cantine sono santuari della memoria. Ad Alaverdi i monaci vinificano ancora come nel Medioevo, trasformando il vino in atto di fede. Alla Twins Wine House, il museo interattivo accompagna la degustazione, raccontando il vino come filosofia di vita. Ogni vitigno ha un nome che suona come poesia: Rkatsiteli, minerale; Mtsvane, delicato; Tsinandali, elegante; Kindzmarauli, vellutato e dolce.
Una tappa imperdibile è Tsinandali Estate, la residenza di Alexander Chavchavadze, patriota e scrittore, padre del romanticismo georgiano. Qui, tra giardini all’italiana e vigneti della Kakheti, si incontrano tradizione e modernità: i qvevri millenari dialogano con le tecniche europee, dando vita al cuore simbolico dell’enologia georgiana. Visitare Tsinandali significa attraversare la storia nazionale e toccare con mano il costante dialogo della Georgia con l’Occidente.
Una coppa di vino e una spada
In Georgia, il vino non accompagna soltanto i pasti: li trasforma. È rito, orgoglio, ospitalità. Non a caso la Madre della Georgia, la statua che domina Tbilisi, regge in una mano una spada e nell’altra una coppa di vino. Difesa e accoglienza, resistenza e condivisione: tutto in un unico gesto.
E forse è proprio questo il senso ultimo di un “Gamajoba”: il buongiorno di un popolo fiero, che ha fatto della resilienza un’arte e dell’ospitalità una bandiera.


Easyjet porta la Georgia più vicina all’Italia
Dalla scorsa primavera la Georgia è davvero più vicina. Easyjet ha inaugurato il volodiretto da Milano Malpensa a Tbilisi, due volte a settimana, il martedì e il sabato. Circa quattro ore e dieci minuti di volo, con tariffe medie a partire da 140-150 euro a tratta, permettono oggi ai viaggiatori italiani di raggiungere il cuore del Caucaso in modo semplice e diretto. Una porta d’ingresso che apre scenari turistici inediti: dalla movida cosmopolita della capitale alle vigne della Kakheti, dai monasteri medievali alle terme sulfuree, fino alle coste del Mar Nero.
