Engin Akyürek, il gusto dell’eleganza

Engin Akyürek Old Money

In Old Money – Mondi Opposti, Netflix mette in scena il nuovo volto del potere: raffinato, ambizioso, seducente. Un assaggio perfetto di bellezza in formato finger food.

Uscita il 10 ottobre su Netflix, Old Money – Mondi Opposti è già un piccolo caso internazionale. In top ten in circa ottanta Paesi, primo posto in oltre trenta (Italia inclusa, mentre scrivo), è la serie che ha riportato Engin Akyürek al centro della scena globale. Ad accompagnarla un chiacchiericcio sempre più fitto su una probabile seconda stagione, al momento più come desiderio del pubblico che ha gradito, di continuare a farsi travolgere da bellezza ed eleganza. Perché Old Money questo è: un inno al bello, alla raffinatezza, all’eleganza dei modi oltre che estetici. E di questo, forse, abbiamo tutti bisogno.

La serie turca che turca non è
Cosa non è Old Money, invece: una serie turca. Nel senso più classico del genere, insomma. Otto episodi, da meno di 50 minuti e – soprattutto – un’architettura più da miniserie internazionale che da dizi tradizionale. La narrazione rinuncia alla lentezza tipica delle produzioni turche in chiaro, all’evoluzione graduale (e intensa) del racconto e di tutti i suoi dettagli, compresi i dialoghi significativi e profondi, preferendo puntare a una sorta di bignami della storia e, cinematograficamente, a più set-pieces emotivi.  La stessa colonna sonora è un passaporto globale che alterna Puccini e Verdi, Bonnie Tyler e Bob Dylan a pochi brani turchi originali (bellissimi, opera di Ahmet Kenan Bilgiç e Turgut Mavuk).  Della Turchia restano il Bosforo e il suo bellissimo ponte – illuminato di sera è un set emotivo incantevole – lo yalı, che accompagnano un microcosmo cosmopolita in cui il luogo è classe sociale prima ancora che sito fisico o geografico. Il dettaglio: il whisky con pepe nero spicca come raro omaggio alla cultura popolare turca (contemporanea), un rimedio casalingo per il raffreddore che scalda la gola e un po’ anche il cuore. Non sappiamo se funziona, ma nella serie riesce a strappare più di un sorriso.

Eppure, la storia  – a voler guardare bene – resta profondamente turca nel suo sottotesto: il trauma collettivo di una tragedia, tra le più grandi della Turchia contemporanea, la tensione fra appartenenza e ascesa, la sacralità della casa, la fratellanza, il legame con la madre e con l’acqua. L’esteriorità tutta occidentale, insomma, è il vestito di un’anima che prova a rimanere anatolica.

Una storia di confini
Old Money – Mondi Opposti è una storia di limiti. Non solo quello, fisico, di una villa affacciata sul Bosforo — uno yalı che custodisce la memoria delle famiglie ottomane — ma i confini invisibili tra essere e avere, appartenenza e desiderio, ricordo e oblio. Tra lignaggio e ascesa sociale: la bella vita non (solo) come eredità, ma come educazione sentimentale al potere e al gusto; la ricchezza, piuttosto, come opportunità per godere del bello. Ed è forse questo, più che gli eccessi nel bere e nel fumare o la libertà dei corpi, solitamente censurati, il vero segno della sua occidentalità.  L’acqua è il primo (e l’ultimo) personaggio che incontriamo: scorre, separa, ricongiunge. È il grande tappeto liquido su cui la serie fa camminare i suoi protagonisti e la storia.

La trama è essenziale e archetipo insieme. Nihal Baydemir (Aslı Enver), progettista nautica di successo in Francia, rientra a Istanbul per firmare la cessione della villa di famiglia e così salvare il padre da una bancarotta disastrosa. Ad attenderla c’è la famiglia Bulut, nuovi protagonisti del commercio marittimo internazionale. Il loro rappresentante più temuto, Osman Bulut (Engin Akyürek), propone un accordo tanto seducente quanto inappellabile: se Nihal accetterà di costruire per lui lo yacht perfetto in tempi record, potrà riscattare la villa. In caso contrario, la perderà. Nihal capisce che è una trappola, un cavallo di Troia finanziario. Ma accetta. Non per il padre, non per la casa: per sé stessa. Per dimostrare di poter stare alla pari con l’uomo che incarna l’intelligenza e la freddezza del nuovo mondo. Una sfida, insomma.
Qui il racconto apre il suo controcanto morale: da una parte il vecchio denaro che difende rango e genealogie; dall’altra il nuovo denaro che scommette, rischia, accelera.  Il ruolo di Engin Naz, interpretato da Serkan Altunorak, è centrale, ossessionato com’è da un’idea di casta e di continuità. E dal rifiuto di ogni forma di cambiamento.

Osman Bulut, o dell’eleganza come autodisciplina
Osman è il cuore della serie. “Mostro” d’intelligenza e di compostezza, ha fatto del silenzio una strategia e del dominio di sé una religione. Le sue mani in tasca, gesto praticamente costante, non sono un vezzo di stile, ma il riflesso di chi si difende dal mondo, di chi preferisce tenersi insieme piuttosto che lasciarsi andare. Engin Akyürek lo interpreta con un rigore che rasenta la danza: movimenti calibrati, sguardo trattenuto, voce modulata come un respiro controllato.  Il suo tocco si nota, eccome: gli sguardi, le pause, le intonazioni della voce. Praticamente irresistibile.
Dietro la disciplina di Osman, la tragedia. A devastarne l’infanzia, il terremoto del 1999.  Appena novenne, sopravvive con il fratellino Arda, di appena quattro anni, e con Mahir, figlio dodicenne del portiere del loro palazzo. A salvarli è Songül (Dolunay Soysert), giovane insegnante di matematica, che li raccoglie dalle macerie e li cresce come figli. Così nasce la famiglia Bulut: non di sangue, ma di scelta. La serie non indulge, ma lascia che il trauma resti in superficie: una memoria a brandelli, il volto della madre che Osman proprio non riesce a ricordare, la villa come feticcio mitico. Quella casa vista dal mare, da bambino insieme alla madre: adulti felici, una bambina con fermagli a coccinella che saluta. È l’unico ricordo della sua infanzia.
La psicologia ci dà una chiave per interpretare Osman: attaccamento evitante e bisogno di controllo dopo una perdita precoce, difficoltà di fidarsi, tendenza a regolare le emozioni con il lavoro e la competenza. E allora la villa non è più solo un affare: è la sua ossessione salvifica, il tentativo disperato di ricostruire la madre attraverso la materia, di trasformare la perdita in possesso.



La poetica della coccinella
Qui la serie compie un gesto poetico. In turco la coccinella viene chiamata “Tanrı’nın canavarı” –  “il mostro di Dio”: un’espressione che suona insieme tenera e inquieta, perché lo stesso termine può significare anche “creatura”.  Secondo una leggenda medievale, un uomo ingiustamente condannato fu graziato quando una coccinella si posò sul suo collo, impedendo al boia di colpire: un segno divino di salvezza.  Da allora, quell’insetto minuscolo è diventato simbolo di protezione e di grazia che arriva all’improvviso. In un gioco semantico sottotraccia, Osman viene definito un “canavar” (mostro) degli affari: la stessa parola che rovesciata illumina il paradosso — l’insetto che porta grazia e il “mostro” che bracca una casa per salvarsi dal vuoto della memoria. Avere la villa significherebbe ancorare il ricordo; trasformare il mare interiore in un porto.

Nihal, o la leggerezza che non è frivolezza
Nihal non è attaccata alle caste. Né alle radici: “Non siamo mica nel Medioevo!”, risponde all’amico di una vita Engin, quando lui a inizio serie le chiede di non cedere la casa ai Bulut, che appartiene a loro da 150 anni.  La Francia le ha dato mestiere, autonomia e una leggerezza che non ha nulla di frivolo. È qui che la serie trova la sua tensione amorosa più matura: attrazione immediata, sì, ma attraversata da diffidenza speculare. In un microcosmo come quello dell’alta società dove tutto è merce, pedina, astuzia, come si distingue un’attenzione vera da una strategia? La scrittura gioca di sponda: un gesto che sembra rifiuto, una parola troppo lucida, la protezione interessata di Engin verso Nihal, i consigli spigolosi del fratello di Osman, Mahir. È un duello elegante, fatto di linee d’ombra, passi di avvicinamento, ritirate. Ma anche di una capacità, spietata, di leggere l’altro. Talmente spietata da mandarsi reciprocamente in crisi.

L’acqua come drammaturgia
Quasi ogni snodo emotivo passa dall’acqua. La prima scena come l’ultima hanno come protagonista l’acqua. L’acqua separa ma unisce, è frontiera e ponte: come il Bosforo che fa da mappa morale dell’intera serie. Nella simbologia universale, l’acqua è principio femminile, elemento materno per eccellenza: genera, avvolge, purifica, ma può anche travolgere. In Old Money è tutte queste cose: il Bosforo come grembo che separa e riunisce, la pioggia come memoria che torna, financo l’iconica doccia di Osman come tentativo di lavare via un passato che non smette di aderire alla pelle. Ma anche la tempesta.

Estetica del potere
La serie è una gioia visiva: tailoring dandy (gli abiti di Osman sono perfetti), design industriale nello studio di Nihal, interni caldi nello yalı, le feste, il lusso sfrenato. La regia lavora per icone: l’ombrello di Osman (in un impeccabile pinstripe suit e sguardo che taglia la pioggia), il lettino sul pontile, i riflessi nei vetri, gli yacht, i bicchieri di cristallo. Il glamour non è mai fine a sé stesso, è linguaggio. Ma a chiarire meglio, la scena della cena a casa di Engin Naz. Una cena che vale un manifesto: Engin rivendica il diritto a possedere ciò che desidera — così è stato educato, così funziona il suo mondo. Osman oppone una filosofia inattesa: “A noi basta che le cose esistano e rendano il mondo più bello. Non vogliamo possedere tutto”. È la frase che incrina l’armatura: l’uomo del calcolo che, in segreto, rifiuta l’idea di ridurre tutto a proprietà. È la pennellata all’Akyürek, una frase che incrina la corazza e lascia filtrare il suo modo, unico, di scavare nei personaggi. Poi l’affondo: “A me basta essere al mondo e tu, invece, pensi di poter esistere indipendentemente dal denaro?”.

Se fosse un piatto?
Per stare al gioco di questa rubrica, Old Money – Mondi Opposti è, in fondo, come un finger food gourmet: piccoli assaggi di grande raffinatezza, costruiti con ingredienti preziosi, tecniche misurate e una presentazione che è già racconto. Non un semplice boccone, ma una mini-portata capace di condensare un mondo — eleganza, emozione, ambiguità — in un solo gesto. Un antipasto che stuzzica l’appetito e dunque la curiosità e lascia il gusto di volerne ancora: soprattutto a chi, scoprendo Engin Akyürek in questa serie, avrà voglia di conoscerlo fino in fondo e gustarsi tutti i suoi lavori.

Un’estetica che resta
Alla fine resta un’estetica precisa: Akyürek impeccabile, Aslı Enver di una grazia raffinata. Tutto il cast è praticamente all’altezza, con Tarık Emir Tekin e İsmail Demirci che portano equilibrio, differenza e calore al rapporto fra fratelli — il tratto forse più turco e più umano della serie. E resta una domanda, limpida come l’acqua che tutto avvolge: cosa resta, quando il denaro smette di dettare le regole?
Anzi due: ci sarà una seconda stagione?