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Fermo e Porto San Giorgio tra natura, arte ed enogastronomia

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Dalle dolci colline fermane alla costa marchigiana, scoprendo le bellezze artistico-culturali e i paesaggi di Fermo e Porto San Giorgio

“Così benedetta da Dio di bellezza di varietà di ubertà, tra questo digradare di monti che difendono, tra questo distendersi di mari che abbracciano, tra questo sorgere di colli che salutano, tra questa apertura di valli che arridono”. Per descrivere la bellezza di una regione come le Marche, questo verso di Giosuè Carducci calza alla perfezione, trasmettendo in poche ed intense righe tutta la bellezza delle tre caratteristiche fasce territoriali che, al pari dell’Abruzzo, distinguono la regione marchigiana: la fascia montana (delimitata ad ovest dagli Appennini e a sud dal massiccio dei Monti Sibillini che si ergono tra le province di Ascoli Piceno), quella collinare sinuosa ed estesa lungo bellissime vallate, con preziosi borghi attraversati da gloriose strade romane, fino a quella costiera, più stretta ed interrotta nel mezzo dal promontorio del Conero, il cui monte omonimo (il più alto dell’intero litorale adriatico) si erge come enorme parete naturale sul porto di Ancona, separando il tratto sud (direzione Loreto, Civitanova Marche, Porto San Giorgio e San Benedetto del Tronto) da quello nord (direzione Senigallia, Fano e Pesaro).

Colline tra Fermo e Porto San Giorgio che degradano verso il mare Adriatico (Foto: San Giorgio Turismo)

L’estate è ormai nel suo periodo migliore per stimolare un bel viaggio in una delle bellissime regioni italiane e noi vi proponiamo un tour nel centro Italia, alla scoperta di una località dell’entroterra e di una della costa marchigiana, rispettivamente Fermo e Porto San Giorgio. Grazie alla variegata conformazione del suo territorio, che spazia dalla montagna al mare, passando per le aree collinari, quella marchigiana è una regione la cui offerta enogastronomica si distingue per il felice connubio tra la semplicità della tradizione ed una sana genuinità basata sulla freschezza sia dei piatti a base di carne (più forti e decisi) che, soprattutto, di pesce (più delicati).

Colline dell’entroterra fermano viste dal colle nelle cui vicinanze sorge il Duomo di Fermo. In assenza di foschia è ben visibile il Gran Sasso d’Italia, nel vicino Abruzzo

E’ una delle regioni italiane che vanta aree verdi particolarmente estese, soprattutto nella zona collinare, dove i bellissimi vigneti, boschi, prati e i geometrici campi coltivati a rotazione (soprattutto grano, girasoli, trifoglio ed erbe mediche) dalla tarda primavera fino al periodo estivo rappresentano il miglior biglietto da visita che da solo vale veramente il viaggio.

Veduta dal grande piazzale panoramico antistante il Duomo di Fermo: sullo sfondo si intravede il massiccio del Conero

Le numerose città d’arte custodiscono capolavori unici, realizzati da illustri artisti del calibro di Raffaello, Tiziano, Piero della Francesca, Carlo Crivelli, Lorenzo Lotto e Peter Paul Rubens. In proposito, segnaliamo tre interessanti mostre, rispettivamente nelle città di Ascoli Piceno, Fermo e Matelica:

Fermo, Chiesa di San Filippo, mostra ‘Il Quattrocento a Fermo’: stemmi della città risalenti alla prima metà del Quattrocento. Quello a sinistra è una targa tornearia, ampiamente in uso nelle armi gentilizie; quello a destra, raffigurante un’aquila imperiale, secondo la tradizione proviene dalla fortezza del Girfalco

Cola dell’Amatrice. Da Pinturicchio a Raffaello’ (a cura di Stefano Papetti e Luca Pezzuto, dal 17 marzo al 15 luglio 2018 presso la Pinacoteca Civica e Sala Cola dell’Amatrice, negli spazi del complesso monumentale della Chiesa di San Francesco di Ascoli Piceno). La mostra porta ad Ascoli Piceno, per la prima volta, importanti documenti di Cola dell’Amatrice, riunendo oltre 60 opere che valorizzano il suo percorso da Amatrice, città di Filotesio, a luoghi emblematici come l’Abbazia di Farfa lungo la Salaria, ai passaggi tra Roma e gli Appennini, a L’Aquila, Perugia, Siena e Urbino. In mostra, accanto alle sue opere, anche alcune di Raffaello, il Pinturicchio, il Perugino, il Crivelli, Luca Signorelli, Pietro Vannini, Filippino Lippi ma, soprattutto, il taccuino di disegni di Cola dell’Amatrice.

Fermo, Chiesa di San Filippo, mostra ‘Il Quattrocento a Fermo’: ‘Polittico di Sant’Eutizio’ (1472) di Nicola di Ulisse da Siena. Tempera e oro su tavola.

Il Quattrocento a Fermo. Tradizione e avanguardie da Nicola di Ulisse a Carlo Crivelli’ (a cura di Alessandro Marchi e Giulia Spina, dal 21 aprile al 2 settembre 2018 presso la Chiesa di San Filippo a Fermo). La mostra si propone di raccontare un tratto di storia artistica della città di Fermo perduto nell’oblio del tempo, evocando qualcosa che non c’è più. Si possono ammirare preziosi manufatti degli artisti della distrutta fortezza del Girfalco, insieme ad altre opere sopravvissute al naufragio del tempo, che ricordano per analogia i fasti quattrocenteschi. A queste si affiancano quelle realizzate da altri pittori unitamente a sculture, oreficerie, tessuti, ceramiche e miniature che documentano, sia in città che nel vasto territorio circostante, l’imponente fioritura del Quattrocento artistico marchigiano. Tra i capolavori esposti, il ‘Cristo Risorto’ (proveniente dal Museo di Castellina a Norcia, oggi impraticabile) e il ‘Polittico di Sant’Eutizio’ (proveniente da Spoleto e appena restaurata dopo il terremoto del 2016) di Nicola di Ulisse da Siena; il ‘Polittico di Massa Fermana’ di Carlo Crivelli, prima opera marchigiana dell’artista veneziano a cui la mostra dedica una notevole sezione, insieme ad alcune opere del fratello Vittore Crivelli.

Fermo, Chiesa di San Filippo, mostra ‘Il Quattrocento a Fermo’: ‘Madonna col Bambino, San Giovanni Battista, San Lorenzo, San Silvestro e San Francesco’ (1468). Opera di Carlo Crivelli

Milleduecento. Civiltà figurativa tra Umbria e Marche al tramonto del Romanico’ (a cura di Fulvio Cervini, dall’8 giugno al 4 novembre 2018 presso il Museo Piersanti di Matelica). Una mostra preziosa, un percorso che spiega perché intorno al 1200, tra Umbria e Marche, il linguaggio figurativo si trasforma così sensibilmente verso un naturalismo di grande potenza plastica e l’arte guida diviene la scultura in legno policromo. Un’arte che propone un concerto tra le arti, ponendosi come crocevia tra scultura, pittura e arti preziose. Crocifissi monumentali e Madonne in trono col Bambino dialogano con tavole dipinte e oreficerie per ricomporre un tessuto dinamico  e sorprendente.

Fermo, facciata della Chiesa di San Filippo, sede della mostra ‘Il Quattrocento a Fermo’.

Delle tre città marchigiane ospitanti le suddette mostre, abbiamo avuto modo di visitare quella di Fermo, la cui parte medievale ben conservata è contrapposta a quella costruita ex novo. Piazza del Popolo, risalente al 1296 e conosciuta ancor prima come Piazza San Martino e poi Piazza Vittorio Emanuele, fu ristrutturata nel 1659 e con i suoi portici sempre animati di gente rappresenta il cuore pulsante del centro storico.

Piazza del Popolo a Fermo

Su di essa si affacciano il Palazzo Comunale (con il grande portico d’ingresso, la bellissima doppia scala esterna, la statua di Papa Sisto V, la sala della Pinacoteca Civica che ospita la meravigliosa Natività del 1608 di P.P. Rubens), collegato tramite una loggia al Palazzo degli Studi (un tempo sede dello Studio Generale e oggi della Biblioteca, presenta un portale sormontato da una balconata con un tabernacolo che ospita la statua dell’Assunta di fine 1500, opera di Paolo da Venezia), il Palazzo Apostolico, il loggiato di San Rocco (con le sue 9 colonnine risalenti al 1528 e il portale rinascimentale), il Palazzo dei Priori e quello dell’Arcivescovado.

Il loggiato di San Rocco, in Piazza del Popolo, con le 9 colonnine risalenti al 1528
Cortile interno di Palazzo Azzolino (XVI secolo), antica dimora del Cardinale Decio Azzolino Junior che nel 1688 finanziò l’arredo ligneo della ‘Sala del Mappamondo’, visitabile a Palazzo dei Priori

Poco distante da Piazza del Popolo si trova il meraviglioso Teatro dell’Aquila (dove si tengono molti spettacoli musicali e rassegne teatrali), uno dei più imponenti teatri del Settecento dell’Italia centrale, riportato al suo antico splendore nel 1997 e capace di contenere ben mille persone, con 124 palchi ripartiti in cinque ordini a cornice della platea. Il nome deriva dalla Sala dell’Aquila, situata all’interno di quella consiliare del Comune di Fermo, presso il cinquecentesco Palazzo dei Priori; fu progettato dall’architetto Cosimo Morelli di Imola e inaugurato nel 1790.

Interno del Teatro dell’Aquila
I palchi del Teatro dell’Aquila, ripartiti in 5 ordini che fanno da cornice alla platea

Di gran pregio il dipinto che si ammira sul grande soffitto, eseguito a tempera e opera del pittore romano Luigi Cochetti (che ha realizzato anche il sipario), raffigurante i Numi dell’Olimpo, con Giove, Giunone, le tre Grazie e le sei Ore notturne che danzano, ascoltando il canto di Apollo. Al centro della sala un bellissimo lampadario a 56 bracci in ferro dorato e foglie lignee, in origine alimentato a carburo, portato direttamente da Parigi nel 1830.

L’enorme dipinto che ricopre il soffitto del Teatro dell’Aquila

L’ingresso del Teatro dell’Aquila si trova lungo via Mazzini, una strada in salita che conduce fino ad un grande monumento a forma di nicchia che custodisce la statua di San Savino (santo patrono di Fermo); da qui, rivolgendo lo sguardo a sinistra, ad ovest, si possono ammirare le bellissime colline dell’entroterra, con sullo sfondo il Gran Sasso d’Italia, nel vicino Abruzzo.

La statua di San Savino, protettore della città di Fermo

Continuando in direzione del Duomo, si arriva al grande parco antistante, affiancato da un viale alberato, e ad un secondo punto panoramico, ma in direzione est e quindi verso il mare Adriatico, con sullo sfondo il promontorio del Conero.

Il Duomo di Fermo e il viale alberato che conduce al suo ingresso
Il panorama visibile dal parco antistante il Duomo di Fermo

La Pinacoteca Civica (all’interno di Palazzo dei Priori) e la biblioteca comunale ‘Spezioli’ (presso Palazzo degli Studi) arricchiscono il patrimonio culturale fermano, senza dimenticare l’esteso complesso archeologico delle ‘Cisterne romane’ che si sviluppano sottoterra per 2.200 metri quadri. Volute da Cesare Ottaviano Augusto, sembra che la loro costruzione risalga al 40 d.C., anno che risulterebbe da un frammento di tegola presente su una delle pareti e sul quale è impresso il timbro di un certo Clodi Ambrosi, un costruttore attivo in quel preciso periodo.

Corridoio d’ingresso che conduce alle cisterne romane di Fermo

La loro scoperta invece risale al 1960, durante dei lavori di scavo iniziati nel 1959 e ultimati nel 1963 e costituiscono una delle migliori tracce della permanenza romana a Fermo. Del sito colpiscono le dimensioni notevoli e l’ottimo stato di conservazione della struttura, infatti all’interno degli ambienti si possono notare le tecniche di costruzione in ‘opus caementicium‘ delle murature perimetrali, le tracce dell’intonaco impermeabile (opus signinum) che coprono una zoccolatura di circa 70 cm e i mattoni utilizzati per dividere le sale con la tecnica cosiddetta a sacco. Sono ancora visibili 15 pozzetti di aerazione e ispezione, i canali di scolo per la depurazione e le due tubature in piombo di diversa dimensione che permettevano la distribuzione dell’acqua attraverso le fontane della città.

Cisterne romane. In totale sono 30, disposte su tre file parallele

Sulla sua superficie, in età romana, sorgeva probabilmente il foro. La struttura sotterranea è composta da 30 camere disposte su tre file parallele, in cui si raccoglieva l’acqua piovana per la distribuzione cittadina. Fino al 1980 sei sale venivano ancora usate per la raccolta dell’acqua destinata al consumo cittadino, con approvvigionamento di acque provenienti dalle sorgenti dei Monti Sibillini. Intorno al 1960 finalmente tutte le sale vennero ripulite dai detriti accumulati nei secoli che avevano reso l’accesso a molti ambienti impossibile, rivelando una struttura praticamente intatta dopo 2000 anni. Dall’esterno la struttura non è visibile perché su di essa sono state costruite diverse abitazioni private. L’ingresso alla struttura è stato ricavato in età moderna da via degli Aceti, passaggio realizzato in concomitanza con la costruzione (nel 1210) del convento dei monaci domenicani, adiacente alla Chiesa di San Domenico. Esiste anche un ingresso secondario da Vicolo Chiuso, normalmente adibito a scala di emergenza, mentre l’unica scala di epoca romana è visibile solo dall’interno della struttura poiché la sua uscita è stata murata in epoca recente.

Particolare della grande volta di una cisterna romana: in alto a destra è visibile uno dei pozzetti di areazione

Da Fermo, il nostro tour è continuato in direzione della costa, precisamente a Porto San Giorgio, conosciuta come una delle perle dell’Adriatico, comune con la maggiore densità di popolazione della provincia fermana.

Veduta panoramica di Porto San Giorgio (Foto: San Giorgio Turismo)

La cittadina si sviluppa su una zona più elevata, corrispondente al Rione Castello e alla Rocca Tiepolo (eretta nel 1267 dal podestà di Fermo, Lorenzo Tiepolo, con il Mastio e le mura caratterizzate dalle merlate guelfe), e sulla sua marina, dove la spiaggia, gli stabilimenti attrezzati, i ristoranti e il porto turistico offrono un servizio degno di nota. Altri luoghi da visitare sono sicuramente la Chiesa del Suffragio (in stile barocco), quella di San Giorgio (risalente all’Ottocento), lo storico Teatro Vittorio Emanuele, le palazzine e le ville signorili in stile Liberty che si ergono sul lungomare, impreziosito da decine di palme centenarie, alberi ad alto fusto e macchia mediterranea.

Veduta del porto turistico di Porto San Giorgio (Foto: B&B Marche Tourism)

Tra le Ville Liberty spiccano Villa Clarice, Villa Bonaparte-Pelagallo, Villa Montanari-Rosati e Villa Marina (Salvadori-Paleotti).

La facciata di Villa Clarice

Villa Clarice, raggiungibile percorrendo un lungo viale costeggiato da decine di tigli che conduce alla grande scalinata d’ingresso che termina sotto un porticato a tre archi, è situata sulla collina a nord di Porto San Giorgio, circondata da un grande parco creato secondo lo stile dei giardini all’italiana, mentre la sua facciata richiama quello neoclassico. Il salone centrale presenta decori geometrici e stemmi di famiglia, mentre quello che si sviluppa subito dopo è stato affrescato in stile pompeiano da artisti di scuola romana.

Il salone in stile pompeiano all’interno di Villa Clarice

Oltre ai lampadari in cristalli policromi di Murano, da vedere assolutamente gli affreschi realizzati dal maestro Egidio Coppola da Ascoli (1852-1929) che, su incarico di Clarice Bonafede (discendente di un importante famiglia gentilizia fermana e giovanissima sposa del nobile fermano Raccamadoro Colli), costruì la villa intorno al 1833. Il Coppola lavorò in villa tra il 1887 e il 1893, realizzando dei bellissimi affreschi in stile liberty-floreale (distribuiti armoniosamente sia sulle pareti che sulle volte delle stanze) e proponendo delle interessanti vedute prospettiche di esterni, oltre ad una vegetazione rigogliosa, ricca di luce e colori, alle nature morte e alla profondità del cielo che ricopre le volte.

La sala da pranzo al pian terreno di Villa Clarice, capolavoro della tecnica ‘Trompe-l’oeil’ del maestro Egidio Coppola da Ascoli

La stanza capolavoro è senza dubbio quella da pranzo al pian terreno dove si ha, più che negli altri ambienti, l’illusione di trovarsi realmente in un ambiente esterno, nello specifico sotto un gazebo con un grande giardino sullo sfondo e un cielo azzurro che domina il tutto. Trattasi del luogo simbolo della tecnica utilizzata dal Coppola, la ‘Trompe-l’oeil’ (‘Inganna-l’occhio’), genere pittorico che tende a riprodurre la realtà secondo regole prospettiche accentuanti al massimo il senso della profondità.

Villa Bonaparte-Pelagallo risale agli inizi del 19mo secolo (1826-1829) e fu costruita dall’architetto Ireneo Aleandri (autore anche dello Sferisterio di Macerata) su commissione di Girolamo Bonaparte, fratello di Napoleone ed ex re di Westfalia in esilio che soggiornò a Porto San Giorgio tra il 1829 e il 1832.

La facciata di Villa Bonaparte, nota anche come Villa Caterina

L’edificio è noto anche come Villa Caterina, dal nome di Caterina di Wuttemberg, moglie di Bonaparte; venne confiscata dallo Stato Pontificio nel 1837 a causa di attriti politici con il Re di Napoli, i cui possedimenti confinavano con l’attuale Marche, e venduta alla famiglia nobiliare dei Pelagallo, originari di Fermo. Di fronte all’ingresso principale si apre un giardino con piante di diverso genere; un grande portico e otto bassorilievi raffiguranti trofei d’armi arricchiscono la facciata in stile neoclassico, mentre all’altezza del primo piano, dove si sviluppa un lungo terrazzo, dei timpani sovrastano tre porte-finestre.

I lampadari appesi al soffitto del grande salone centrale dove domina il bianco

Alle spalle dell’edificio sono stati allestiti ben otto ettari di parco che si estende lungo il fianco della collina su cui sorge l’intero complesso: risaltano subito all’occhio le stupende ortensie che, insieme ad alberi e arbusti, adornano il sentiero pedonale.

Uno scorcio del parco creato alle spalle di Villa Bonaparte, da cui s’intravede il torrione della vicinissima Rocca Tiepolo

Infine, il viale principale costeggiato da lecci e una orangerie progettata dall’architetto fermano Carducci, completano l’assetto generale.

Villa Montanari-Rosati fu costruita intorno al 1880 per volontà del dottor Francesco Montanari (già fondatore dell’Ospedale Civile di Porto San Giorgio), sulla zona collinare a nord della città, per destinarla ad edificio di cura, soprattutto considerando che in quella posizione privilegiata gli influssi della brezza marina avrebbero giovato alla salute dei pazienti.

Villa Montanari Rosati

Come per quasi tutte le ville della zona, il suo accesso principale (costituito da due pilastri bicromo che sorreggono due vasi neorinascimentali) conduce ad un viale costeggiato da antichi tigli, piante ornamentali e cespugli di rose selvatiche ma la struttura si differenzia dalle altre ville per via della sua compattezza architettonica. Oggi è una delle residenze meglio conservate, con i suoi arredi d’epoca portati dai proprietari dalle varie dimore sparse in tutta Italia e con una superficie erbosa particolarmente estesa.

L’ingresso di Villa Montanari Rosati

I suoi interni sono formati da svariati ambienti, tra i quali si distinguono la sala da pranzo affrescata con richiami animalisti, una limonaia e un grande salone dal quale una scalinata conduce al primo piano, formato da un corridoio centrale e da porte laterali che corrispondono a quelle che in origine erano stanze utilizzate ciascuna come un piccolo ambulatorio medico per le visite ma anche per le convalescenze dei pazienti.

Una delle stanze da letto poste al primo piano

Villa Marina appartiene alla famiglia Salvadori-Paleotti che ha origini antichissime, risalenti addirittura all’epoca dell’antica Roma, quando i suoi antenati (nel ruolo di ‘Princeps’, cavalieri) difendevano i confini estremi dell’Impero d’Oriente. Il più illustre rappresentante della famiglia è stato Luigi Salvadori Paleotti Juniores che si distinse nell’imponente opera di bonifico del territorio marchigiano, avendo in seguito una grande influenza nella storia economica, politica, sociale e culturale  del territorio fermano, in particolar modo a Porto San Giorgio, città per la quale ottenne l’autonomia da Fermo con Decreto  Reale (1877) e di cui fu sindaco per molti anni.

La facciata di Villa Marina

Su entrambe le facciate di Villa Marina (ad Ovest e a Est), si leggeva la frase in latino “Auspice Alosyo Seniore haec litora maris onere emphiteutico a flumine Tenna Altidona finitima Junior Aloysius sibi suis agricolturae redemit”. Questo edificio fu infatti costruito per avere un torrione con terrazza sulla cima per il controllo delle colmate e furono utilizzate le pietre provenienti dallo sfondamento tettonico naturale dell’Appennino che va da ovest verso est: tutte le pietre che cadevano nei fiumi Ete e Tenna (che scorrono ai fianchi del territorio di Fermo), trasportate dai fiumi stessi fino alle loro foci, vennero così recuperate.

Villa Marina vista dal viale del parco retrostante, ricco di pini marittimi e oleandri

Una delle peculiarità della dimora (così come tutti gli edifici della zona) è la sua tecnica di realizzazione, cioè ‘a zattera’, senza fondamenta ma con una struttura a scorrimento, ideale per la costruzione su colmate e terreni sabbiosi. Nel 1860 Villa Marina ospitò Vittorio Emanuele (futuro re d’Italia) per un incontro con l’ambasciatore inglese che lo informò sul luogo in cui avrebbe dovuto incontrare Giuseppe Garibaldi.

Per gustare le specialità enogastronomiche del territorio, consigliamo alcuni ristoranti che meritano un plauso:

Retroscena’ – Chef Pierpaolo Ferracuti – Piazza del Teatro 3 63822 Porto San Giorgio tel. 0734.302138 info@retroscena-ristorante.com

Ristorante ‘Retroscena’ (Foto: ‘Retroscena’)

L’Arcade’ – Chef Nikita Sergeev – Via G. Bruno 76 63822 Porto San Giorgio tel. 0734.675961 info@ristorantelarcade.it  www.ristorantelarcade.it

Ristorante L’Arcade (Foto: ‘L’Arcade’)

Damiani e Rossi’ – Chef Aurelio Damiani – Lungomare A. Gramsci centro 29 63822 Porto San Giorgio tel. 0734.674401 info@damianierossi.it  www.damianierossi.it

Ristorante Trattoria Damiani e Rossi (Foto: ‘Damiani e Rossi’)

Chalet Ristorante VelaChef Lorenzo Palmieri -Lungomare A. Gramsci centro 167 63822 Porto San Giorgio tel. 0734.676482 www.chaletvela.it

Ristorante Chalet La Vela (Foto: ‘La Vela’)